
Io sono Zlatan Ibrahimovic,
voi chi cazzo siete?
Spogliatoi dell’Ajax – Amsterdam, estate 2001
Caro Zlatan,
Ieri pomeriggio in piazza del Duomo guardando reciprocamente i figli fradici abbarbicati sulle spalle, io e il mio amico Lorenzo abbiamo sentenziato “se si ammalano siamo rovinati”.
Eppure sia lui, con le lenti degli occhiali spruzzate di lacrime rossonere che bombardavano la piazza; sia io, uscito di casa in maglietta sotto il diluvio, eravamo perfettamente coscienti di aver assistito a qualcosa di epocale. Qualcosa che solo la sregolata completezza di un genio inarrivabile avrebbe potuto concedere, in un pomeriggio di lucida sofferenza senza fine.
Anni fa avevo dedicato, dopo un fantastico Inter – Real Madrid, un pezzo a Ronaldo, il bambino delle favelas; un pezzo che doveva essere la spiegazione più o meno ragionata dell’amore per i colori nerazzurri, una sorta di glossario del cinismo freddo del tifoso milanese, sponda di serie A del Naviglio.
Ronaldo era stato l’inizio di una sorta di rinascita personale da tifoso, quei dentoni, quelle braccia aperte mi avevano fatto innamorare di nuovo del calcio.
Le macerie del 5 Maggio, avevano sepolto tutto
Anni dopo erano arrivati lo scudetto a tavolino (mai festeggiato), lo scudetto numero 15 (festeggiato a metà per l’assenza dei rivali storici).
Nel frattempo mio figlio, inspiegabilmente (sic!), aveva cominciato a manifestare una certa passione per i colori, ad ogni sobbalzo del padre sul divano la domanda era sempre la stessa.
Papà vince l’Inter?
Ieri pomeriggio la consacrazione inconscia del piccolo.
Al primo gol, arrivato dopo che gli spettri avanzavano a larghe falcate nel mio salotto, Tommy ha esclamato senza sapere ancora niente.
ZLATAN!! Papà ZLATAN!!
E’ stata più che una rivelazione, è stata la conferma di un istinto che va al di là di qualsiasi logica.
La comprensione da parte di un bambino di tre anni e mezzo di stare assistendo a qualcosa di unico, un amore nato da lontano, sviscerato attraverso un’espressione guascona, strafottente, un naso buffo, un fisico allampanato, una danza guizzante assolutamente incomprensibile.
Caro Zlatan Ibrahimovic sai benissimo di essere un calciatore moderno, ciò significa di indole mercenaria, abituato ai riflettori e alle ribalte, zingaro nei modi e nelle azioni.
Ma.
Sai anche di essere attualmente il numero uno e con questo titolo mi piace pensare che tu senta addosso la responsabilità di tutti quegli occhi sgranati di bambino che si spalancano quando tocchi la palla, occhi di bambino che non sanno mai cosa stai per inventare per babbare l’onesto giocare normale di turno.
Per tutto il pomeriggio mio figlio non ha fatto altro che urlare a squarciagola il tuo nome e ad ogni urlo il magone del papà non faceva altro che riempirsi di più, alla memoria di un nonno che sarebbe impazzito nel vedere un nipote in questo stato, alla memoria di Giacinto Facchetti che non si sarebbe mai neanche sognato una cosa del genere.
Caro Zlatan, sei l’emblema di questa squadra, un’accozzaglia di pazzi dai nomi improbabili che ci ha fatto sudare fino all’ultimo, che ci ha fatto VINCERE all’ultimo in faccia a tutto e tutti.
Caro Zlatan.
Grazie.
Siamo noi.