
L’uomo nel video è inequivocabilmente Denzel Washington.
Impugna una bottiglia di Jack Daniel’s che ha intenzione di finire. Intorno, nella stanza, una luce soffusa dal sapore tropicale, fuori attraverso il chiaroscuro, vampe cattive di tempesta caraibica.
Tuoni.
Denzel è alcolizzato, si capisce dalle mani che gli tremano, dalle labbra secche, da come guarda un calibro nove che si rigira tra le dita.
Ha la testa piena di voci, di urla, si capisce bene anche questo.
Il telecomando è un oggetto preciso, multicolore, peso bilanciato, ergonomico, pieghe sottili.
Accarezzando la superficie setosa della plastica dura le zigrinature impresse a caldo s’impigliano nei calli delle mani, il telecomando saltella leggermente e mi cade.
Denzel osserva dalla finestra, la bottiglia va in frantumi.
Il temporale aumenta d’intensità.
Conoscete il gesto, mani aperte applicate al viso, lento percorrere verso l’alto, barba lunga, zigomi, occhi, fronte, capelli all’indietro.
Non le conto più, le volte, ma ad ogni passata spero di riuscire a scorgere qualcosa di diverso, stampato dietro le retine.
Denzel ora è all’aperto, sotto l’acqua che scroscia.
- Sei un patetico cliché.
Ripeto ad alta voce, poi apro la bottiglia di bourbon.
L’M113 sferraglia convinto lungo Khwaja Rawash, stipati all’interno del bestione possiamo solo invidiare il mitragliere appollaiato in cima al cingolato, le mani serrate al sistema d’arma, gli occhi che guizzano in cerca di una possibile minaccia.
Dentro, sotto l’urto dei quaranta gradi, infagottati nelle mimetiche fuori ordinanza, i visi coperti dalle kefia o più semplicemente dai cappucci neri, proviamo a resistere all’impulso di esplodere dal portellone come tappi di spumante.
Pattugliamento operativo della zona aeroportuale, noi quattro del GOI, due lagunari dell’esercito.
Il trasporto si blocca di colpo, gli intercom gracchiano, qualcuno sbatte contro le paratie soffocando una bestemmia.
- Possibile contatto.
Un caporale spalanca la pesante porta d’acciaio, ci catapultiamo fuori armi in pugno e il sole aggredisce le pupille, la marea di braccia alzate pare un campo di grano battuto dal vento.
Bambini.
Coperti di stracci, in corsa convulsa verso di noi, urlando, ridendo, le mani tese, i piedi nudi che sollevano l’onnipresente polverone.
Il lagunare si gira.
- Tenente dio bon, che si fa.
Sorrido, venticinque, ventisette anni.
- Suggerirei caramelle, lei?
Si mette l’AR in spalla e solleva uno scricciolo scheletrico, poi gli mette tra le mani un paio di barrette energetiche ai cereali, lo scricciolo salta in terra e corre via urlando il suo personale trionfo.
- Le prime vittime, donne e bambini.
- Sempre loro, sempre e solo loro.
Marco, primo capo, il migliore del suo corso su a Spezia.
- Ti sentisse George doubleU.
- Troppo occupato a scegliere il ferro giusto per un bunker, nel suo ranch.
- E noi qui a fare il lavoro sporco per lui.
Getto una manciata di Golia tra i bambini, il polverone aumenta in maniera esponenziale. In lontananza un bagliore di vetro, accompagno il respiro con un sussurro.
- Copertura.
Svaniscono all’istante come fantasmi, vivono la paura, la RESPIRANO. Tutto questo molto prima di noi.
Ci appostiamo al riparo del trasporto truppe, sono quattro mezzi, due blindi pesanti e due jeep, le bandierine spiccano sulle antenne radio.
Francesi.
Quarto bicchiere ricolmo di liquido ambrato, percorso in rapida progressione, la bocca comincia a puzzare di acido, lingua impastata, riflessi che svaniscono.
Denzel è ferito dopo aver tentato di sventare il rapimento di una bambina, lo accusano di essere uno dei complici, programma la vendetta.
Ridacchio soddisfatto, giusto per sentire la mia voce distorta, non c’è proprio niente da ridere tutte le voci occupano la loro casella, ordinate, precise, quasi marziali.
Tutte le voci tornano a turno e vengono a bussare dal retro, anticipando di un soffio i visi, gli occhi, le mani, la carne.
Ancora un altro bicchiere.
Hanno occhialoni neri Carrera, lunghi scialli arabi attorcigliati alla faccia e alla testa alla maniera dei Tuareg, mimetiche e anfibi leggeri, perfettamente adatti al clima.
Sono nati per combattere nel deserto, loro qui ci sguazzano.
Legionari.
Faccio il saluto a un capitano e azzardo un improbabile francese.
- Bonjour capitain.
Si alza gli occhiali, ha uno sguardo tagliente, verdegrigio.
- Tenente. Siete CONSUBIN vero?
- Splendido, un italiano, chissà perché tendo sempre a dimenticare quello “Straniera” dopo Legione. Sì capitano, noi quattro della marina, loro fucilieri della Serenissima.
Pare sorpreso.
- Truppe da sbarco? Che ci fate qui caporale? Non vedo paludi o canneti.
Il ragazzo non prende bene il vago sberleffo del legionario italiano.
- Andiamo ovunque ci sia bisogno di servire il nostro paese, almeno noi ne abbiamo uno certo.
Va oltre e intervengo prima che la situazione degeneri.
- Caporale le ricordo che sta parlando a un suo superiore.
- Si rilassi tenente, il ragazzo ha più o meno ragione, che ne dice di un goccetto di tregua.
- Ho paura che il gruppo sia messo male in fatto di superalcolici.
- Lei ha due veneti in squadra e neanche un goccio di grappa? L’esercito italiano è cambiato.
Seconda bruciante occhiata del fuciliere.
- Va bene. Guillaume! Cognac, vite!
Un mastodontico sergente si avvicina reggendo una fiaschetta metallica. Il capitano sorride.
- Un po’ di sapore di Francia in questo delirio.
La prima sorsata mi riempie di calore, il liquore scende che è una meraviglia.
- Cosa le sembra tenente?
Passo la fiasca ai ragazzi che apprezzano, i serenissimi storcono il naso ma marcano la presenza.
- Ottimo capitano, davvero ottimo, tipico della Legione procurare Cognac ai suoi soldati in mezzo al deserto, n’est pas?
Si riappropria del liquore.
- Già, la tradizione e l’honneur prima di tutto. Mi dica, come vi sembra la situazione qui.
Non ho intenzione di sprecare giri di parole.
- Tutto questo è inutile, la gente vive nel medioevo, passano le giornate a schivare le pallottole di una tribù rivale o delle guardie coraniche del cazzo. Quando ce ne saremo andati ripiomberanno nel loro quotidiano.
- Una visione geopolitica singolare, ma efficace, senza dubbio.
- Mi dica capitano, il suo governo non è contrario anche a questo intervento, oltre che all’Iraq?
- Touchè tenente, spesso gli stati hanno due facce e questo è un fatto.
Qualcosa attira l’attenzione di tutti, qualcosa in fondo alla via.
Denzel si regala il massacro annunciato, una macchina di morte finalmente libera.
Spengo il televisore, i pixel friggono per una frazione di secondo, il livello del liquido nella bottiglia è appena al di sotto della metà.
Dov’è finito tutto quel mare che avevamo dentro.
La voglia di bucare il tramonto sui gommoni, indossare le bombole e svanire.
Dove.
Noi, gli incursori del gruppo operativo, credevamo di essere parte di un ristretto circolo di eroi, il meglio del meglio, quelli di Spezia.
Gli eroi muoiono all’alba soli come cani.
Il calibro nove pare pesare una tonnellata, per l’ennesima volta scivola nella camera di sparo della Beretta scarrellata.
Scatto del meccanismo, canna in bocca a due mani in attesa dello sparo.
Forza Denzel premi questo cazzo di grilletto, fallo.
La figura avanza barcollando solo un po’.
Il calore mischia i contorni, il tempo contrae il respiro del mondo, fotogrammi rallentati di un divenire già visto.
Inevitabilmente la prima parola del legionario è un secco “merd” seguito da un gesto imperioso verso il sergente, il sottufficiale si precipita con la radio.
Fatico a mettere insieme i pensieri.
Lo scricciolo avanza deciso, le braccia scheletriche sollevate sopra la testa, i piedi nudi, i calzoni di tela leggera strappata e niente altro.
Sette, otto anni al massimo.
Mi giro verso Marco, lo trovo accartocciato dietro al portellone del blindato, l’occhio destro sulla focale dello Steyr, nocche sbiancate, mascella contratta.
Uno dei due lagunari è rimasto al mio fianco e balbetta.
- Cristodio, cristodiddio, che si fa tenente, che si fa.
Scricciolo è ad una cinquantina di metri, a questa distanza la cintura di esplosivo si distingue nettamente. La mano destra impugna un interruttore a chiusura, nella sinistra la barretta ai cereali.
- Tenente, tenente!
Il legionario si sbraccia, vado verso di lui galleggiando in una bolla attutita.
- I miei superiori se ne lavano le mani, il comando è suo, mi sente? La decisione spetta a lei!
Piccoli occhi neri come il carbone, carnagione olivastra, peserà si e no venti chili.
- Decisione? Quale decisione?
Avanza sorridendo, passo dopo passo, le braccia sempre in alto.
- Quello è C4, li vede tutti gli altri bambini intorno? Li vede?
Li vedo, percepisco i loro respiri, le loro occhiate, vorrei urlare, inventare una magia e farli svanire in un solo rapidissimo istante, vorrei.
Ma lui è a trenta metri e ora il pollice è nettamente sul meccanismo.
Essere, divenire fluido silenzioso, muoversi ben prima che i pensieri giungano alle terminazioni nervose.
Questo ci viene insegnato.
Il fucile d’assalto scivola in un solo movimento, puro riflesso coordinato.
Premi questo cazzo di grilletto.
Il temporale scandisce il battere delle tempie con poderose scariche elettriche, scagliare la bottiglia contro la parete ha lasciato un arabesco di schizzi che lambiscono il soffitto. In piedi, davanti alla finestra, osservo la pioggia mutare in grandine, abbattersi sui pochi passanti che non hanno ancora trovato riparo.
Nella destra la pistola di ordinanza, nella sinistra la comunicazione dello stato maggiore, poche parole infarcite di burocrazia in tinta mimetica.
Frasi che parlano di onorificenza conferita, estrema freddezza nella salvaguardia del personale militare e dei civili presenti, frasi che ordinano il ritorno al servizio attivo.
Penso a colui che ha confezionato quel vestito di morte, che si sarà accosciato per farlo indossare, penso a un sorriso fiducioso, pochi passi nella polvere.
Appoggio la Beretta sul tavolo e mi prendo la testa tra le mani, ora il pulsare si è trasformato in un sordo crampo luminoso.
Tornare a Kabul, perché i bambini non debbano aver bisogno di eroi.

Io sono Zlatan Ibrahimovic,
voi chi cazzo siete?
Spogliatoi dell’Ajax – Amsterdam, estate 2001
Caro Zlatan,
Ieri pomeriggio in piazza del Duomo guardando reciprocamente i figli fradici abbarbicati sulle spalle, io e il mio amico Lorenzo abbiamo sentenziato “se si ammalano siamo rovinati”.
Eppure sia lui, con le lenti degli occhiali spruzzate di lacrime rossonere che bombardavano la piazza; sia io, uscito di casa in maglietta sotto il diluvio, eravamo perfettamente coscienti di aver assistito a qualcosa di epocale. Qualcosa che solo la sregolata completezza di un genio inarrivabile avrebbe potuto concedere, in un pomeriggio di lucida sofferenza senza fine.
Anni fa avevo dedicato, dopo un fantastico Inter – Real Madrid, un pezzo a Ronaldo, il bambino delle favelas; un pezzo che doveva essere la spiegazione più o meno ragionata dell’amore per i colori nerazzurri, una sorta di glossario del cinismo freddo del tifoso milanese, sponda di serie A del Naviglio.
Ronaldo era stato l’inizio di una sorta di rinascita personale da tifoso, quei dentoni, quelle braccia aperte mi avevano fatto innamorare di nuovo del calcio.
Le macerie del 5 Maggio, avevano sepolto tutto
Anni dopo erano arrivati lo scudetto a tavolino (mai festeggiato), lo scudetto numero 15 (festeggiato a metà per l’assenza dei rivali storici).
Nel frattempo mio figlio, inspiegabilmente (sic!), aveva cominciato a manifestare una certa passione per i colori, ad ogni sobbalzo del padre sul divano la domanda era sempre la stessa.
Papà vince l’Inter?
Ieri pomeriggio la consacrazione inconscia del piccolo.
Al primo gol, arrivato dopo che gli spettri avanzavano a larghe falcate nel mio salotto, Tommy ha esclamato senza sapere ancora niente.
ZLATAN!! Papà ZLATAN!!
E’ stata più che una rivelazione, è stata la conferma di un istinto che va al di là di qualsiasi logica.
La comprensione da parte di un bambino di tre anni e mezzo di stare assistendo a qualcosa di unico, un amore nato da lontano, sviscerato attraverso un’espressione guascona, strafottente, un naso buffo, un fisico allampanato, una danza guizzante assolutamente incomprensibile.
Caro Zlatan Ibrahimovic sai benissimo di essere un calciatore moderno, ciò significa di indole mercenaria, abituato ai riflettori e alle ribalte, zingaro nei modi e nelle azioni.
Ma.
Sai anche di essere attualmente il numero uno e con questo titolo mi piace pensare che tu senta addosso la responsabilità di tutti quegli occhi sgranati di bambino che si spalancano quando tocchi la palla, occhi di bambino che non sanno mai cosa stai per inventare per babbare l’onesto giocare normale di turno.
Per tutto il pomeriggio mio figlio non ha fatto altro che urlare a squarciagola il tuo nome e ad ogni urlo il magone del papà non faceva altro che riempirsi di più, alla memoria di un nonno che sarebbe impazzito nel vedere un nipote in questo stato, alla memoria di Giacinto Facchetti che non si sarebbe mai neanche sognato una cosa del genere.
Caro Zlatan, sei l’emblema di questa squadra, un’accozzaglia di pazzi dai nomi improbabili che ci ha fatto sudare fino all’ultimo, che ci ha fatto VINCERE all’ultimo in faccia a tutto e tutti.
Caro Zlatan.
Grazie.
Siamo noi.
Essere tifosi interisti ti costringe a profonde riflessioni sull'esistenza o meno di un Fato supremo e sulla pochezza caratteriale del soggetto "giocatore di calcio".
In fondo chi, come me, è passato attraverso un 5 Maggio con conseguente abuso di alcolici, droghe varie, cibo e congestione violenta; sa benissimo di cosa sto parlando, soprattutto è già coscente di come finirà questo campionato.
Benvenuti alla costante dello psicodramma nerazzurro.
Siamo fatti così, no easy way out.
Cristo che lunedì del cazzo.

“Vedo solo sbarre, vedo una prigione umida, niente verità”
Stiamo perdendo inutile negarlo, inutile cercare luce, simboli, armi nuove.
Fede.
Stiamo perdendo.
Lei respira di nuovo, un lungo gemito gutturale accompagnato da una nuvola di vapore condensato, cristalli sfaccettati ricoprono i vetri delle due finestre, formano una patina dura, impenetrabile.
Fuori almeno trenta gradi, all’interno qualcosa che si avvicina allo zero costante.
Mi alzo con fatica appoggiando le mani alla rozza parete, palmi aperti, particelle di legno a penetrare la pelle; cerco un contatto con la realtà, una prova, una via.
Il mio compagno è svanito chissà dove, urlando nel verde della campagna il suo panico, strappandosi di dosso la veste nera, dando di stomaco tutto l’orrore del mondo.
Appena un attimo dopo che.
Il fienile è un luogo caldo, accogliente, odora di animali, finimenti di cuoio, attrezzi da lavoro. Cose tangibili, vive, cose vive.
Scie di pensieri.
Ho vissuto da sempre lontano dalla città, una sorta di bozzolo costruito attorno a un quotidiano sicuro, sempre certo, mai immutato. Inevitabile abbracciare le facce, le piccole vie di paese, i sorrisi sdentati dei vecchi, il cibo semplice.
Se soltanto aprissi ancora una volta le gambe potrei fotterti anch’io come si deve.
Come la livida strisciata di un colpo di frusta in mezzo alla faccia, l’ennesima voce penetrata. L’ennesimo comando violato all’eccesso.
Immancabile la risposta del corpo, un caldo sentore al basso ventre, la mano destra che si avvicina scivolando sul tessuto di lana.
Chiudo gli occhi, chiudo gli occhi, forzando le palpebre, sicuro che tutto sparirà quando la luce tornerà a ferirmi le pupille appena un istante dopo che.
Povero piccolo uomo.
Al centro dello spazio ricoperto d’erba marcia, una specie di giaciglio con ai quattro angoli pioli di ferro picchiati a mazza nel terreno. Legata polsi e caviglie con cinghie d’aratro la ragazza osserva ogni mio movimento, bulbi oculari protesi, bava giallastra puzzolente a ruscellare sul seno in costante movimento sussultorio.
Odore forte di sudore, umori umani, concime e merda di cavallo.
Osserva, il petto si contrae sotto la spinta di polmoni non suoi, pare di percepire in lontananza un lento dispiegarsi di tessuti membranosi.
Ali.
Ad ogni respiro affrettato caccia fuori la lingua spaventosamente allungata, arriva a leccarsi l’incavo scoperto dei seni, si contorce sotto la spinta di chissà quale istinto animale.
Alla ricerca di un’arma, sono alla ricerca di un’arma.
Impugno il piccolo recipiente pieno a metà di liquido trasparente, il resto forma una chiazza umida semicongelata sul pavimento di terriccio pressato.
Non è possibile, non sto veramente brandendo dell’acqua santa verso una ragazzina legata a terra, non sta succedendo sul serio non nel maledetto duemilacinque.
-Prete.
La voce, uomo, quella cazzo di voce.
-Prete perché non vieni qui a divertirti come il tuo collega? A proposito che fine ha fatto, se n’è andato prima che riuscissi a far godere questo corpo.
La voce del Male, il rumore appiccicoso di un bubbone suppurato che esplode.
-In realtà si pensa che circa il novantacinque per cento dei presunti indemoniati siano pietosi casi di malattie mentali portati all’eccesso da credenze popolari e suggestione. I testimoni, spesso a un livello molto basso di scolarizzazione, credono di vedere cose che risultano essere solo frutto di fervida immaginazione.
-Padre e il restante cinque?
-Di questo vi parlerà domani Padre Giacomo, i domenicani hanno più dimestichezza con queste cose.
(brevi risate in sottofondo).
Scie.
Apro il breviario, ricamare parole, recuperare formule, recitare frasi.
Alzo la mano, il corpo al centro si contorce, sottili venature rossastre appaiono sui polsi, dove le cinghie mordono la carne senza pietà.
Primo spruzzo.
-Nel nome del padre, del figlio, dello spirito santo, io ti ingiungo di lasciare questo corpo.
Le particelle d’acqua volano verso di lei, al contatto la spina dorsale ha uno scatto verso l’alto, rovesciata in un angolo impossibile, flessa in ogni punto, tesa a un limite critico di rottura.
Un puzzo marcio di carne bruciata si alza nell’aria umida, ferite nerastre si aprono sulla pelle scoperta mettendo a nudo chiazze rossastre di strati sottocutanei.
-Prete!
La voce raggiunge una tonalità cavernosa, un dolore acuto ai timpani mi obbliga a portare le mani a coprire le orecchie, i vetri, i maledetti vetri della stalla vibrano come per il passaggio di un jet.
-Prete, tu non hai idea di chi hai di fronte. Vuoi vedere questo corpo macellato? Continua a insozzarmi con il seme del tuo cristo e lo vedrai!
Cado in ginocchio, perdo la presa sull’ampolla che va a frantumarsi sul terreno.
Solo di fronte alle mie paure, lo sguardo fisso sulle splendide gambe nude, il seno teso allo spasimo sotto al tessuto leggero, la bocca carnosa pronta a donare piaceri dimenticati troppo presto.
Il freddo mi aggredisce ancora una volta nonostante la veste invernale, il brivido mi riporta alla realtà, abbiamo fallito e c’è una sola cosa da fare.
In un angolo buio scorgo una lunga falce pronta per la mietitura delle spighe sfuggite alle macchine, mi trascino verso l’attrezzo mentre la voce rincorre i pensieri, aggredisce con furia, pretende vittoria.
L’impugnatura di legno liscio è stranamente calda al tatto, signore dammi la forza, signore.
-Pensi che non troverò il sistema d’impedirtelo prete? Credi davvero che sia solo?
Mi avvicino lentamente, all’improvviso un fragore potentissimo seguito da un vento gelido irrompe nel fienile, non posso cedere adesso, non posso.
Alzo la falce sopra al corpo legato a terra che continua a contorcersi, poi, una spinta violenta mi fa barcollare in avanti, un dolore acuto alla schiena mi taglia il fiato.
Cado lasciando andare l’attrezzo, le mani pesantissime, le gambe svanite chissà dove.
Ho fallito signore, accogli la mia anima, in lontananza il ruggito della creatura vittoriosa, urla selvagge nel puzzo freddo della sconfitta.
-Finita? È finita?
-Sì, è morto.
-Avete preso l’altro?
-Sì, una pattuglia l’ha trovato mentre cercava d’impiccarsi ad un albero nel bosco, era lo zio della ragazza.
-Lo zio.
-Era convinto che il demone avesse preso anche lui costringendolo a un atto sessuale con la nipote, in realtà è un povero ritardato che si è fatto convincere dal fervore di questo, questo.
-Assassino?
-Tecnicamente un seriale.
-Quante?
-Almeno cinque vittime accertate, sempre in posti come questo, sperduti, arretrati, gente semplice, contadini che si facevano convincere dell’esistenza della possessione demoniaca nella comunità.
-Ma lui?
-Un ex seminarista, uno schizofrenico paranoico.
-La ragazza?
-Sotto un terribile choc, ci vorranno mesi, forse anni.
-Cristo santo.
-Già, tutto in suo nome.
-Va bene, tenente, complimenti, caso chiuso.
-Avrà il mio rapporto in settimana, signor giudice.
Ripensa all’addestramento, aerei, ostaggi, rapitori di bambini, scontri a fuoco, innumerevoli ore passate a studiare tecniche, fronteggiare minacce.
Il tenente del GIS ripone con cura la pistola nella fondina, attorno al corpo in nero si affollano quelli della scientifica, scuote la testa.
È bastato infrangere un vetro e sparare.
Fuori l’estate esplode in tutto il suo profumo, dentro sarà sempre e solo inverno.