Stormbringer
lunedì, 31 marzo 2008
Week end

Optalidon, Aulin, Moment Act, Faspic, punta acciaio 316L numero 8 su Black&Decker a percussione.
Progressione sistematica.
Cristo che domenica.

Scritto da: hellstrom alle ore 06:45 | link | commenti (9) | categoria:
mercoledì, 26 marzo 2008
Can't stop the rock

"Signor Spock, energia"

Scritto da: hellstrom alle ore 06:31 | link | commenti (8) | categoria:
giovedì, 20 marzo 2008
Vae Victis (Easter egg)

Tempo fa qualcuno mi chiese se avevo un Dio, in risposta mandai questo scrivendolo in dieci minuti.
Non so se può essere considerata una risposta, fate voi.
 
Nota per il “cittadino armato”, non ammazzarti di Google, mi sono divertito a inventare.
 
Emerse da una tenebra forgiata d’acciaio.
Scivolò attraverso i guerrieri serrati, un silenzio assordante esplose nell’aria, rovente degli incendi che costellavano le rovine della città.
Uomini duri, ricolmi di cicatrici slabbrate, ispidi di barbe simili a limatura di ferro, abbassarono il capo in segno di rispetto e sottomissione.
Alcuni appoggiarono un ginocchio, fasciato in kevlar microstrato ad assorbimento modulare, sul terreno fangoso. Altri ebbero l’ardire di cercare lo sguardo della creatura che incedeva decisa, quello che videro non abbandonò mai più i loro sonni agitati. Il nome del dio risuonò a mezza voce tra gli uomini come il sospiro di un demone infuriato, come l’odore della battaglia imminente, l’ultima.
Indossava una maschera tattica blindata con autorespiratore Kokoi mark-14, il reticolo collimatore scintillava le iridi attraverso il vetro corazzato, rendendolo simile ad una strana creatura sputata da un abisso senza fondo. Il visore deformava il viso in avanti, uno strano insetto dal cranio allungato, tracce di numerose scalfitture costellavano la superficie di metallo, in ricordo dei grossi calibri che si erano infranti lungo il profilo deciso.
Due lunghe file di armati si scostarono mentre lo sterminatore attendeva, poi quando fu chiaro che aveva intenzione di passare in rassegna le truppe si videro numerose schiene irrigidirsi, mani stringersi a pugno, le nocche sbiancate.
Avanzò.
Allacciate alle cosce due fondine di nylon antistrappo nero frusciarono all’unisono, dalla gamba destra fece capolino l’impugnatura di un microUzi castomizzato in calibro 45ACP, cadenza di tiro novecento blindati al minuto, spegnifiamma/silenziatore scatolare Albreicht in fibra di carbonio nido d’ape.
Alla sinistra un bagliore scintillante attirò l’attenzione dei guerrieri, un’enorme automatica nichelata riflesse l’unica lama di luce solare che osava bucare la densa coltre di fumo, idrocarburi combusti all’ultimo stadio.
Sig Sauer Sphinx P-3000, stesso calibro intercambiabile con la mitraglietta, stessi caricatori allungati inseriti a lato della fondina. Montata sul ponticello una focale Hensoldt Wetzler 9x200, metallo brunito, lenti convesse antiriflesso.
Le mani guantate di cuoio sfiorarono le impugnature nere in polimeri induriti. Nel cielo, il rombo dei droni stealth sembrò accompagnare la voce, due punti luminosi si fissarono sull’espressione decisa di un uomo, paralizzato nella rigida posizione dell’attenti.
- Torval.
Microscopiche gocce di sudore scintillarono sulla fronte del soldato in attesa.
- Sei con me da quanto? Sette anni?
Il nordico balenò l’ombra di un sorriso sul viso stanco.
- Qualcosa del genere mio signore.
Lo sterminatore sollevò l’oggetto allungato che portava imbracciato in una presa serrata.
Il sistema d’arma brandeggiabile HK Tamaguchi AR-409 parve protendersi verso il baricentro grosso del biondo, due bocche da fuoco nere come la morte, quasi dotate di vita propria.
- Ricordi Nuova San Pietroburgo Torval, ricordi la neve rossa?
Di nuovo quello sguardo elettronico sembrò trafiggere le pupille del soldato che abbassò gli occhi obbedendo ad un feroce istinto di conservazione.
- La ricordo mio signore, il primo anno di guerra.
Fu come se un tuono primordiale si abbattesse sulle truppe schierate, il volume della voce rimase lineare, distaccato, ma le parole mozzarono il respiro all’intero esercito.
- Il fiume Torval, voglio che ogni goccia, ogni particella d’acqua si tinga dello stesso colore. Il tuo signore te lo chiede.
Le labbra del biondo si aprirono in un sorriso ghiacciato.
- Sarà fatto sterminatore, se così è la tua volontà.
Il guerriero osservò il corpetto corazzato in piastre asimmetriche che racchiudeva la corporatura del dio mentre si allontanava. Non potè fare a meno di notare un’arma primitiva quanto terribilmente efficace appesa alla schiena. Una balestra da combattimento compound Bowarms a innesti paramagnetici parkerizzati pareva protendersi lungo il corpo come un rettile pronto a vibrare un colpo letale.
Appesa alla sezione trasversale la collana di orecchie umane annodate tra loro da una striscia di pelle scura seminò una piccola ghirlanda di emulsione rossastra sulla tinta mimetica del corpetto.
Quando ebbe finito di risalire la schiera di combattenti, il dio si fermò davanti alla figura slanciata che sostava al centro del piazzale.
La donna protese un braccio verso il viso coperto accennando una carezza rilassata. Indossava i calzoni di una mimetica da combattimento tigerstriped e un tank top nero di tessuto rinforzato. Attorno alla vita una cintura alla quale erano agganciate una decina di granate a frammentazione LGB-7, armi da distruzione di massa, terroristiche.
Il suo viso segnato da rughe profonde rifletteva una pacata tranquillità. Parlò con calma e la sua voce si alzò decisa nell’aria furente mentre lo sterminatore chinava il capo, assaporando l’idea di quel tocco gentile.
- Figlio, attendiamo l’ultimo scontro, i nostri nemici sono in rotta, ma questa città deve cadere nel sangue.
L’essere appoggiò le mani ai lati della maschera e fece scattare i servomeccanismi di chiusura, due piccoli getti d’aria pressurizzata fuoriuscirono mentre la celata si alzava su un universo sporco, malato.
Il viso dell’Uomo apparve in mezzo alle truppe mentre un brusio atterrito si levava tra le due file.
La mano della donna accarezzò quel profilo conosciuto da millenni, i capelli neri, lisci a coprire il collo, la barba accennata lungo le guance scavate, gli occhi scurissimi distanti anni luce.
- Madre, forse è la nostra ultima battaglia, forse dopo potremo riposare.
Si volse ancora verso gli uomini schierati, in attesa di un comando.
- Soldati! È giunta l’ora di porre il nostro sigillo sul regno, di lavare col sangue l’onta della venuta del male, è ora di vincere!
Un unico boato spaventoso si alzò dalle gole, armi di ogni tipo furono sollevate sopra le teste, numerosi colpi vennero sparati verso il cielo. Ovunque gli uomini si fecero forza a vicenda, controllando gli equipaggiamenti, urlando la voce dei giusti.
La accarezzò con occhi colmi di riconoscenza.
- Non sarebbe stato possibile senza di te, ma non avrei mai voluto farti vivere tutto questo sangue.
Il volto della donna sembrò illuminarsi di un’aura scintillante.
- Leva la tua spada fiammeggiante figlio mio, compi ancora una volta il tuo dovere e guidaci verso la vittoria.
Gesù abbracciò con lo sguardo i resti di Babilonia, in lontananza il rombo di un’armata in avvicinamento si fece più minaccioso.
Scritto da: hellstrom alle ore 09:35 | link | commenti (12) | categoria:
martedì, 18 marzo 2008
GPL - gas di petrolio liquefatto
La voce roca di Mick Jagger dall’altoparlante della minuscola radio a batterie, Paint it black riempie l’aria ed è una doppia cassa stonata, ipnotica, la chitarra di Keith a frustare la disperazione di un’intera generazione.
Leah soffoca l’ennesimo brivido di freddo con un sorriso sottile, un piccolo sbuffo di fiato condensato riempie le narici di un odore cattivo, quasi malato.
Avanzi di cibo sono sparsi un po’ ovunque, Leah si sofferma sul cartone del latte che gocciola giallastro sul tavolo ricoperto di formica verde del cucinotto. I batteri stanno lentamente facendo il loro dovere, le gocce scivolano dal ripiano del tavolo alle gambe di metallo, fondendosi in uno strano walzer di abbracci bagnati.
Leah ha freddo, la camicia da notte blu fascia il corpo mettendo in risalto i seni eretti che sporgono dalla scollatura del capo di seta cruda. Gira il collo dolorante oltre il bracciolo della poltrona rossa, alza le mani schermando la luce dell’alogena, provando a ignorare il gelo umido che si sta impadronendo dell’appartamento. Belle mani delicate, piccole vene sottili, rughe leggere appena accennate.
Le sopracciglia si piegano in una smorfia perplessa, quattro delle dieci dita hanno le unghie spezzate in un frastagliato su e giù. Non ricorda esattamente quando sia successo, si sorprende a pensare all’arrabbiatura del direttore nel vederla battere sulla tastiera del pc con le mani ridotte in quella maniera. L’ispezione sembra risvegliare in lei qualcosa di dimenticato, la fitta al fianco destro è rapida, inaspettata. Leah si piega in due boccheggiando sul pavimento di marmo chiaro, piccoli fili di saliva scivolano dalla bocca bagnando le labbra sbavate di rosso eclat Revlon zerotre. Improvvisamente capisce cosa sta per accadere e cerca di alzarsi con tutte le forze, ma il violento capogiro la fa ricadere sulle natiche con un leggero tonfo, il conato di vomito squassa la gola e lo stomaco riversando sul tappeto un fiotto di succhi gastrici roventi. Tossisce violentemente e si rialza a sedere con uno sforzo sovrumano, lacrime rigano le guance scavando solchi profondi macchiati di eyeliner. Il caschetto castano che incornicia il viso scivola in avanti, i ciuffi le fanno il solletico agli zigomi, piccole particelle di polvere fluttuano nell’aria.
Quel suono, un gracchiare velenoso.
Leah si gira lentamente verso il centro del soggiorno, la colonna verniciata di bianco porta disegnati sulla superficie ampi schizzi di emulsione rossastra, l’uomo nudo incatenato alla base siede sul pavimento, le gambe distese in avanti, la testa reclinata verso il basso, piccoli rantoli sommessi sembrano provenire dal petto glabro che si muove appena.
─Troia.
Leah sembra accusare uno schiaffo violento, cerca di puntare i talloni e le mani ma perde la presa, le unghie strisciano rigando la cera del pavimento.
Il viso dell’uomo è ridotto a una maschera tumefatta, gocce di sangue dalle labbra spaccate sul petto e sui testicoli, una specie di piccolo rivolo continuo.
Accade.
Alza la testa, la frangia sudata ricopre la fronte, la bestia è sveglia e osserva con scherno.
─Liberami troia.
Kurt mette in mostra gli incisivi insanguinati, tende le clavicole incurante della grossa forbice che fuoriesce dalla spalla destra, piccoli brandelli di carne slabbrata pendono dalla ferita incrostata, a ogni respiro dell’uomo l’acciaio improvvisa uno strano balletto saltellante. Le catene tintinnano leggermente, Leah riesce quasi a percepire il flettersi dei muscoli allenati di suo marito, vani tentativi di spezzare il metallo degli anelli scintillanti.
─Liberami brutta troia sifilitica!
L’urlo si libra nell’aria come un avvoltoio sulla preda e, per una pericolosa frazione di secondo, il coraggio, tutto quanto il coraggio svanisce come per un’oscura magia, la mano destra torna a stringere le chiavi del lucchetto che obbliga Kurt in quella posizione, poi come a reclamare una vita propria il dolore torna ad affacciarsi torturando i centri nervosi.
Leah alza la mano, apre il pugno contratto e le chiavi scivolano sul pavimento rimbalzando una sola volta.
Finalmente riesce a mettere in fila i comandi necessari e il corpo ubbidisce, con un leggero sospiro si alza e muove qualche passo verso il piccolo cucinotto separato dal resto della casa da un mobile di legno scuro. Mentre si avvicina al lavandino incrocia uno sguardo spento appeso alla parete, di scatto si porta le mani alla bocca soffocando un gemito acuto.
Un mostro bluastro scruta dallo specchio, la guancia sinistra è persa in un reticolo di capillari spezzati, tracce di vomito ricoprono il collo segnato da profondi ematomi, il sopracciglio destro spaccato rimanda lucidi lampi di sofferenza. Le lacrime ricominciano a rigarle il viso sottile, si appoggia al mobile, Kurt osserva come un cane in attesa dell’attimo giusto per azzannare la carotide.
─Mai più figlio di puttana, mai più.
L’acqua ghiacciata scende velocemente lungo la gola infiammata, provocando un leggero colpo di tosse, Leah si appoggia al ripiano di marmo e ripensa alla notte appena trascorsa. Cerca di cancellare dalla mente i ricordi dell’ennesima violenza, i pugni del marito preda di alcool e anfetamine. Quella mano chiusa come una morsa sulle vertebre cervicali, il freddo contatto della guancia sul tavolo di cristallo, lui che le apre le gambe come un bravo poliziotto prima della perquisizione.
L’esplosione di mille soli nella mente, una violazione totale e assoluta.
L’attesa.
Kurt che si addormenta soddisfatto, la meticolosa preparazione di una rinascita, le catene, il risveglio.
Ricorda di essere riuscita a sopraffarre suo marito, per la prima volta in quattro anni di pestaggi sistematici. Avverte il sapore della lotta sulle gengive insanguinate, le mani callose a stringere i seni fino a toglierle il fiato.
Le dita chiuse sul freddo metallo brunito pescato in un cassetto, l’urlo spruzzato di saliva acida di Kurt. Rammenta di essersi accanita sulla faccia del marito con un portacenere, il modo in cui si è aperta la strada verso le ossa, ode ancora il suono molliccio del vetro, l’odore del sudore, del sangue.
D. .i nuovo si accascia sul pavimento in preda ai conati.
Il mostro è un ringhio gutturale, troppo simile a un raschiare cattivo. Ricordo di notti passate con le braccia tirate al petto nell’attesa di un respiro pesante.
Passare senza accorgersi da un sonno rilassato a un dondolare costante, avanti e indietro, seduta sul materasso con gli occhi sbarrati dal terrore, le nocche bianchissime strette alle ginocchia, e quel freddo intenso nel cuore.
Leah vomita tutto questo, piegata in due, scossa dagli spasmi nervosi, poi, dopo essersi passata il polso sulla bocca, prende un profondo respiro e appoggia la mano sulla piccola stufa catalittica.
─Leah. avanti, dai, ora smettila, liberami, basta con questa stronzata, dai piccola.
La voce torna ad essere calma, liscia come il velluto, accarezza il cuore. La donna apre lo sportello ed estrae la bombola nera che ha staccato dal tubo, prima che Kurt arrivasse a casa pieno di alcool e psicofarmaci.
─Dai Leah, mi fa male questa cazzo di forbice, non sento più la spalla, per favore.
Gira la testa verso le lame che ballonzolano, il braccio ormai è bianchissimo, si avvicina piano, con la cautela dovuta alle belve feroci.
─Dai, tesoro, senti, mi dispiace, io non volevo lo sai, sono quelle cazzo di pastiglie.
La voce della donna è un sospiro di sofferenza.
─Certo Kurt, sono sempre quelle cazzo di pastiglie.
Allunga la mano attenta a non passare davanti ai denti insanguinati e impugna chiudendo le dita flessuose sull’acciaio gelido.
La sensazione tattile dello strappo è simile a quella di un risucchio bagnato, le lame incontrano resistenza ma poi schizzano fuori accompagnate da un fiotto di sangue scuro. L’urlo di Kurt non ha niente di umano.
Leah osserva con calma il sangue che cola lungo il polso, si avvicina al mobile di legno e le appoggia sul bancone, una piccola pozza rossastra si raccoglie sul piano marrone scuro.
Quello che fino a pochi attimi prima era stato un ringhio furioso, ora si è trasformato in un pianto sommesso. La donna osserva il marito incatenato, dalla bocca piccole bolle di saliva si gonfiano a ogni respiro.
Leah appoggia la mano alla maniglia fredda della bombola di propano liquido, ricorda ancora le parole del fattorino del negozio, che le raccomandava di non capovolgere mai il recipiente per evitare la trasformazione del gas in un fluido estremamente infiammabile. Con fredda determinazione posiziona la bacinella di plastica, i muscoli delle braccia si tendono per lo sforzo, la bombola capovolta troneggia nel recipiente al centro della sala.
─Leah che cazzo vuoi fare? Per l’amor del cielo liberami, tu sei malata, ascoltami, devi calmarti ora, ho bisogno di un dottore, Leah, ti prego, sanguino.
La voce priva di qualsiasi emozione riempie l’appartamento.
─Riesci solo a essere un piccolo insignificante ostacolo lungo il mio cammino e purtroppo non è più tempo di ostacoli.
La donna si avvicina a un cassetto ed estrae un oggetto allungato, poi si china verso la bombola e svita il rubinetto lentamente, facendo attenzione a non bagnarsi con il liquido vischioso che comincia a uscire, l’odore acre del gas impregna l’ambiente.
─Ho intrapreso un cammino di sofferenze, stare con te mi ha insegnato l’arte di superare i propri limiti dopo averli raggiunti, è ora che tu scopra quali sono i tuoi.
Con un gesto elegante intinge il pennello da imbianchino nella bacinella, evita accuratamente di sporcare il marmo chiaro di gocce bluastre e si avvicina al marito.
─Cristo santo che fai? Ascoltami, sei ancora in tempo, non fare una cazzata della quale poi ti pentiresti Leah mi ascolti? FFinirai in prigione per il resto dei tuoi giorni, ti rendi conto? Ti prego non ho mai voluto farti del male, io ti amo, perdonami.
Il contatto con la pelle è delicato, quasi sensuale.
─Ti ricordi il viaggio in Scozia? Giungemmo a casa dopo mezzanotte e tu decidesti di divertirti per un pò, continuasti fino a farmi sanguinare, te lo ricordi?
La pennellata sul pene è dolce come la carezza di un amante.
─E ricordi i tuoi rientri dopo il servizio d’ordine allo stadio? Una volta mi rompesti una clavicola, scommetto non hai idea di quanto possa far male.
Le gocce scivolano lente sulla spalla di Kurt, le parole spezzate in un balbettio continuo.
─Dopo una delle tante sbronze al pub andasti avanti a picchiarmi ancora, ancora e ancora. Ricordi al pronto soccorso? Le menzogne, le costole rotte, gli sguardi dei dottori.
Gli occhi della donna scintillano furibondi, limpide gocce di sudore imperlano la fronte mentre passa il pennello sul costato dell’uomo con meticolosa precisione.
─Beh Kurt, ora vedremo quanto vale un rappresentante della legge di Sua Graziosa Maestà.
Improvvisamente si alza incombendo sull’uomo come una furia divina, si avvicina ancora una volta al cassetto e ne estrae un secondo oggetto.
─Te lo ricordi questo? Vediamo, l’incisione mi è sempre piaciuta, parla di anni in polizia, di riconoscimenti, di onore, te lo ricordi Kurt? Dimmi, te lo ricordi?
Il caratteristico TLACK dell’accendino a benzina scatena un terrore cieco negli occhi dell’uomo che comincia a urlare con tutto il fiato che ha in corpo.
Solo quando l’odore di carne sfrigolante comincia a pervadere il salotto la mente di Kurt si arrende all’incubo di un probabile tuffo in un oceano di dolore fumante.
Leah osserva con calma il marito trasformato in una bambola di pezza scossa da spasmi fuori controllo. Siede sul pavimento gelido e porta, forse per l’ultima volta, le ginocchia al petto, le fiamme azzurrognole danzano negli occhi nocciola, l’odore nauseante penetra fino al cuore. Per un attimo lungo una vita un sottile panico s’impadronisce della donna, poi lo sguardo torna lucido e le lunghe gambe si stendono sul pavimento.
Kurt smette di urlare, Leah smette di avere paura.
Scritto da: hellstrom alle ore 11:35 | link | commenti (7) | categoria:
giovedì, 13 marzo 2008
Spiders

Per Zoon, fratello oscuro.

 

Scritto da: hellstrom alle ore 11:53 | link | commenti (7) | categoria:
martedì, 11 marzo 2008
Sergio Di Falco

Il click attutito dall’intercom tattico attraversa il tessuto sottile del Balaklava nero.
Disco verde.
Appena qualche metro sulla destra Fulgoni osserva con calma, occhi da rapace celati dagli Oakley antivampa, prototipo dell’operatore di ghiaccio.
Cenno impercettibile del caschetto kevlar.
-Fiamma uno a squadra, abbiamo disco verde, ripeto disco verde. Base hai una visuale?
Rizzo e il PSG1 al quinto piano, nel palazzo di fronte, lo sniper del team.
-Negativo, uno, finestre oscurate, tiro impossibile.
Pochi decimi di secondo per decidere.
-Entriamo. Due, tre, quattro. Al mio mark.
Tre leggeri ritorni elettronici dalla radio, Fulgoni, Terrasini e Sarigu in posizione.
Respiro, piccola nuvola di condensa a perdersi nell’atmosfera gelida. Appesi a pochi centimetri dai vetri dell’appartamento a quota trenta metri, io e Fulgoni rabbrividiamo per un istante preda della brezza milanese.
Terrasini e Sarigu hanno scalato il palazzone popolare dall’interno, gradino dopo gradino, metro silenzioso dopo metro, ora, davanti alla porta, attendono il via.
Il Maresciallo Fulgoni si è calato dal tetto in corda doppia appena dopo di me, HK51 in presa sicura, muscoli tesi per l’ultimo balzo.
-TRE.
Molleggio sulle gambe, il mio compagno fa lo stesso.
-DUE.
Mi allontano dal muro rimbalzando come una palla di gomma.
-UNO.
Baricentro di massa focalizzato su un punto preciso del vetro.
-MARK.
Sfondiamo come arieti impazziti il cristallo, nello stesso istante due esplosioni assordanti seguite da lampi bianchi al fosforo sconvolgono l’appartamento.
Siamo dentro.
Tempo, in dilatazione costante.
Arenato in una sacca fangosa, trascinato in avanti dal battere dei secondi, rintocchi scanditi dal rapido martellare dei percussori.
Lo stopframe si frantuma, la corsa diventa un vortice che inghiotte tutto e tutti.
Nell’attimo stesso in cui implodiamo all’interno dell’appartamento i movimenti assumono una soluzione di continuità al limite del soprannaturale. La mano destra colpisce al centro del petto sganciando l’imbracatura da montagna, picchio con la spalla sinistra le piastrelle unte compiendo una capriola verso destra, una cascata di vetri rimbalza sul pavimento verso il muro della stanza.
Percezione degli anfibi in linea orizzontale, prima raffica alzo zero, polso sinistro a coprire la canna dell’MP5SD3.
La visione d’insieme è decisamente virata al romanzetto sadomaso, la ragazza legata al letto mostra abbondanti ferite da coltello sul corpo denudato con furia, due dei quattro albanesi che la tengono prigioniera da ormai cinque giorni fanno l’errore terminale d’impugnare le pistole ed esplodere qualche colpo.
Dal piccolo ingresso il carabiniere scelto Vincenzo Sarigu pone fine ad una gloriosa carriera criminale freddandoli alle spalle con due scariche di pallettoni acciaio triplo zero, i bossoli dello SPAS 15 impattano con un rumore di plastica cava.
Gli altri due papponi che infestano l’appartamento decidono che la lezione alla puttana può considerarsi finita, uno perde fiotti di sangue dallo squarcio sulla coscia sinistra, dove i calibro nove del mio fucile d’assalto si sono aperti una via.
In ginocchio, le mani sopra la testa, osservano in silenzio Terrasini che porta la mano al comunicatore.
-Fiamma tre, obbiettivo libero, mandate i paramedici.
Fulgoni si gira lentamente.
-Tempo.
Osservo il cronometro fissato alla mimetica nera del GIS.
-Sette e quattro.
-Migliorabile.
Sorrido.
-Sono d’accordo.
-La ragazza?
-Niente che non abbia già sperimentato con qualche cliente.
-Ti sentissero i giornalisti.
-Sto tremando dalla paura.
-Vediamo di levarci dalle palle, prima che arrivino sul serio.
-Concordo, a tutti, leviamoci dalle palle.
Gli uomini in banda rossa osservano le ombre scivolare verso il basso dalla tromba delle scale, un leggero fruscio accompagna la discesa.
Ombre.
Scritto da: hellstrom alle ore 11:52 | link | commenti (10) | categoria:
lunedì, 10 marzo 2008
Lunedì

Quando la tua scrivania assomiglia ad un campo minato bonificato da poco, sai che dovevi rimanere a casa.
Lo sai.

 

Scritto da: hellstrom alle ore 09:00 | link | commenti (13) | categoria:
venerdì, 07 marzo 2008
100 anni

Difficile spiegare una fede.
Perdonate la deriva tamarra, Nerazzurri siamo noi.

Scritto da: hellstrom alle ore 06:52 | link | commenti (8) | categoria:
giovedì, 06 marzo 2008
Ultimo inverno attorno
Di conseguenza vorrei regalarvi la ricetta per un piatto che adoro e che si associa bene al freddo di questi giorni.
Non strabuzzate, mica si vive di sole sparatorie.
 
STRACOTTO AL VINO HELLSTROM STYLE
 
Ingredienti per 4 persone:
 
  • Pezzo di carne manzo (Cappello del prete/Magatello) – valutare la grandezza in base alle ipotetiche fette ottenibili
  • 2 porri
  • 4 carote – non troppo grosse
  • 4 gambe di sedano
  • 1 cipolla
  • 2 litri vino rosso corposo (Barolo, Barbera) – oppure q.b. per ricoprire interamente la carne
  • 5 – 7 Bacche ginepro
  • Sale
  • Pepe
  • Olio extra vergine
  • 4 – 5 foglie prezzemolo fresco
  • 2 – 3 foglie di alloro
  • 2 fese d’aglio
  • Qualche foglia di salvia
  • 1 rametto di rosmarino
 
 
per maneggiare la carne, sia cruda, che in cottura, che cotta, MAI forchette.
 
 
Fare a fette carote, porri, sedano, cipolle.
Mettere a bagno nel vino in una grossa insalatiera la carne e tutte le verdure/spezie, almeno 12 ore prima della cottura, ogni tanto girare la carne, aggiungere una prima parte di sale e pepe, aggiungere in superficie una passata di olio, conservare in frigo coprendo il recipiente.
Dopo aver marinato estrarre solo la carne conservando il resto della salamoia, far rosolare in una padella solo in olio extravergine, rosolare bene tutte le parti del pezzo.
Mettere in una pentola alta (tipo quelle per la pasta) la carne rosolata e tutta la salamoia, far cuocere a fuoco minimo con coperchio per circa tre ore e mezza.
A metà cottura salare assaggiando la salsa che si viene a creare con il vino.
Quando il liquido si è ristretto di parecchio estrarre la carne sempre stando attenti a non bucarla, estrarre rosmarino, salvia, aglio e alloro (che non servono più).
Frullare la salamoia rappresa nella pentola, affettare la carne e servire ricoprendo con il condimento.
Accompagnare con polenta gialla e rosso corposo.
Buon appetito.
Scritto da: hellstrom alle ore 08:07 | link | commenti (7) | categoria:
martedì, 04 marzo 2008
HM Mood (musicoterapia)

Ringhio, oggi ringhio a tutti.

Scritto da: hellstrom alle ore 15:02 | link | commenti (4) | categoria: