La voce roca di Mick Jagger dall’altoparlante della minuscola radio a batterie, Paint it black riempie l’aria ed è una doppia cassa stonata, ipnotica, la chitarra di Keith a frustare la disperazione di un’intera generazione.
Leah soffoca l’ennesimo brivido di freddo con un sorriso sottile, un piccolo sbuffo di fiato condensato riempie le narici di un odore cattivo, quasi malato.
Avanzi di cibo sono sparsi un po’ ovunque, Leah si sofferma sul cartone del latte che gocciola giallastro sul tavolo ricoperto di formica verde del cucinotto. I batteri stanno lentamente facendo il loro dovere, le gocce scivolano dal ripiano del tavolo alle gambe di metallo, fondendosi in uno strano walzer di abbracci bagnati.
Leah ha freddo, la camicia da notte blu fascia il corpo mettendo in risalto i seni eretti che sporgono dalla scollatura del capo di seta cruda. Gira il collo dolorante oltre il bracciolo della poltrona rossa, alza le mani schermando la luce dell’alogena, provando a ignorare il gelo umido che si sta impadronendo dell’appartamento. Belle mani delicate, piccole vene sottili, rughe leggere appena accennate.
Le sopracciglia si piegano in una smorfia perplessa, quattro delle dieci dita hanno le unghie spezzate in un frastagliato su e giù. Non ricorda esattamente quando sia successo, si sorprende a pensare all’arrabbiatura del direttore nel vederla battere sulla tastiera del pc con le mani ridotte in quella maniera. L’ispezione sembra risvegliare in lei qualcosa di dimenticato, la fitta al fianco destro è rapida, inaspettata. Leah si piega in due boccheggiando sul pavimento di marmo chiaro, piccoli fili di saliva scivolano dalla bocca bagnando le labbra sbavate di rosso eclat Revlon zerotre. Improvvisamente capisce cosa sta per accadere e cerca di alzarsi con tutte le forze, ma il violento capogiro la fa ricadere sulle natiche con un leggero tonfo, il conato di vomito squassa la gola e lo stomaco riversando sul tappeto un fiotto di succhi gastrici roventi. Tossisce violentemente e si rialza a sedere con uno sforzo sovrumano, lacrime rigano le guance scavando solchi profondi macchiati di eyeliner. Il caschetto castano che incornicia il viso scivola in avanti, i ciuffi le fanno il solletico agli zigomi, piccole particelle di polvere fluttuano nell’aria.
Quel suono, un gracchiare velenoso.
Leah si gira lentamente verso il centro del soggiorno, la colonna verniciata di bianco porta disegnati sulla superficie ampi schizzi di emulsione rossastra, l’uomo nudo incatenato alla base siede sul pavimento, le gambe distese in avanti, la testa reclinata verso il basso, piccoli rantoli sommessi sembrano provenire dal petto glabro che si muove appena.
─Troia.
Leah sembra accusare uno schiaffo violento, cerca di puntare i talloni e le mani ma perde la presa, le unghie strisciano rigando la cera del pavimento.
Il viso dell’uomo è ridotto a una maschera tumefatta, gocce di sangue dalle labbra spaccate sul petto e sui testicoli, una specie di piccolo rivolo continuo.
Accade.
Alza la testa, la frangia sudata ricopre la fronte, la bestia è sveglia e osserva con scherno.
─Liberami troia.
Kurt mette in mostra gli incisivi insanguinati, tende le clavicole incurante della grossa forbice che fuoriesce dalla spalla destra, piccoli brandelli di carne slabbrata pendono dalla ferita incrostata, a ogni respiro dell’uomo l’acciaio improvvisa uno strano balletto saltellante. Le catene tintinnano leggermente, Leah riesce quasi a percepire il flettersi dei muscoli allenati di suo marito, vani tentativi di spezzare il metallo degli anelli scintillanti.
─Liberami brutta troia sifilitica!
L’urlo si libra nell’aria come un avvoltoio sulla preda e, per una pericolosa frazione di secondo, il coraggio, tutto quanto il coraggio svanisce come per un’oscura magia, la mano destra torna a stringere le chiavi del lucchetto che obbliga Kurt in quella posizione, poi come a reclamare una vita propria il dolore torna ad affacciarsi torturando i centri nervosi.
Leah alza la mano, apre il pugno contratto e le chiavi scivolano sul pavimento rimbalzando una sola volta.
Finalmente riesce a mettere in fila i comandi necessari e il corpo ubbidisce, con un leggero sospiro si alza e muove qualche passo verso il piccolo cucinotto separato dal resto della casa da un mobile di legno scuro. Mentre si avvicina al lavandino incrocia uno sguardo spento appeso alla parete, di scatto si porta le mani alla bocca soffocando un gemito acuto.
Un mostro bluastro scruta dallo specchio, la guancia sinistra è persa in un reticolo di capillari spezzati, tracce di vomito ricoprono il collo segnato da profondi ematomi, il sopracciglio destro spaccato rimanda lucidi lampi di sofferenza. Le lacrime ricominciano a rigarle il viso sottile, si appoggia al mobile, Kurt osserva come un cane in attesa dell’attimo giusto per azzannare la carotide.
─Mai più figlio di puttana, mai più.
L’acqua ghiacciata scende velocemente lungo la gola infiammata, provocando un leggero colpo di tosse, Leah si appoggia al ripiano di marmo e ripensa alla notte appena trascorsa. Cerca di cancellare dalla mente i ricordi dell’ennesima violenza, i pugni del marito preda di alcool e anfetamine. Quella mano chiusa come una morsa sulle vertebre cervicali, il freddo contatto della guancia sul tavolo di cristallo, lui che le apre le gambe come un bravo poliziotto prima della perquisizione.
L’esplosione di mille soli nella mente, una violazione totale e assoluta.
L’attesa.
Kurt che si addormenta soddisfatto, la meticolosa preparazione di una rinascita, le catene, il risveglio.
Ricorda di essere riuscita a sopraffarre suo marito, per la prima volta in quattro anni di pestaggi sistematici. Avverte il sapore della lotta sulle gengive insanguinate, le mani callose a stringere i seni fino a toglierle il fiato.
Le dita chiuse sul freddo metallo brunito pescato in un cassetto, l’urlo spruzzato di saliva acida di Kurt. Rammenta di essersi accanita sulla faccia del marito con un portacenere, il modo in cui si è aperta la strada verso le ossa, ode ancora il suono molliccio del vetro, l’odore del sudore, del sangue.
D. .i nuovo si accascia sul pavimento in preda ai conati.
Il mostro è un ringhio gutturale, troppo simile a un raschiare cattivo. Ricordo di notti passate con le braccia tirate al petto nell’attesa di un respiro pesante.
Passare senza accorgersi da un sonno rilassato a un dondolare costante, avanti e indietro, seduta sul materasso con gli occhi sbarrati dal terrore, le nocche bianchissime strette alle ginocchia, e quel freddo intenso nel cuore.
Leah vomita tutto questo, piegata in due, scossa dagli spasmi nervosi, poi, dopo essersi passata il polso sulla bocca, prende un profondo respiro e appoggia la mano sulla piccola stufa catalittica.
─Leah. avanti, dai, ora smettila, liberami, basta con questa stronzata, dai piccola.
La voce torna ad essere calma, liscia come il velluto, accarezza il cuore. La donna apre lo sportello ed estrae la bombola nera che ha staccato dal tubo, prima che Kurt arrivasse a casa pieno di alcool e psicofarmaci.
─Dai Leah, mi fa male questa cazzo di forbice, non sento più la spalla, per favore.
Gira la testa verso le lame che ballonzolano, il braccio ormai è bianchissimo, si avvicina piano, con la cautela dovuta alle belve feroci.
─Dai, tesoro, senti, mi dispiace, io non volevo lo sai, sono quelle cazzo di pastiglie.
La voce della donna è un sospiro di sofferenza.
─Certo Kurt, sono sempre quelle cazzo di pastiglie.
Allunga la mano attenta a non passare davanti ai denti insanguinati e impugna chiudendo le dita flessuose sull’acciaio gelido.
La sensazione tattile dello strappo è simile a quella di un risucchio bagnato, le lame incontrano resistenza ma poi schizzano fuori accompagnate da un fiotto di sangue scuro. L’urlo di Kurt non ha niente di umano.
Leah osserva con calma il sangue che cola lungo il polso, si avvicina al mobile di legno e le appoggia sul bancone, una piccola pozza rossastra si raccoglie sul piano marrone scuro.
Quello che fino a pochi attimi prima era stato un ringhio furioso, ora si è trasformato in un pianto sommesso. La donna osserva il marito incatenato, dalla bocca piccole bolle di saliva si gonfiano a ogni respiro.
Leah appoggia la mano alla maniglia fredda della bombola di propano liquido, ricorda ancora le parole del fattorino del negozio, che le raccomandava di non capovolgere mai il recipiente per evitare la trasformazione del gas in un fluido estremamente infiammabile. Con fredda determinazione posiziona la bacinella di plastica, i muscoli delle braccia si tendono per lo sforzo, la bombola capovolta troneggia nel recipiente al centro della sala.
─Leah che cazzo vuoi fare? Per l’amor del cielo liberami, tu sei malata, ascoltami, devi calmarti ora, ho bisogno di un dottore, Leah, ti prego, sanguino.
La voce priva di qualsiasi emozione riempie l’appartamento.
─Riesci solo a essere un piccolo insignificante ostacolo lungo il mio cammino e purtroppo non è più tempo di ostacoli.
La donna si avvicina a un cassetto ed estrae un oggetto allungato, poi si china verso la bombola e svita il rubinetto lentamente, facendo attenzione a non bagnarsi con il liquido vischioso che comincia a uscire, l’odore acre del gas impregna l’ambiente.
─Ho intrapreso un cammino di sofferenze, stare con te mi ha insegnato l’arte di superare i propri limiti dopo averli raggiunti, è ora che tu scopra quali sono i tuoi.
Con un gesto elegante intinge il pennello da imbianchino nella bacinella, evita accuratamente di sporcare il marmo chiaro di gocce bluastre e si avvicina al marito.
─Cristo santo che fai? Ascoltami, sei ancora in tempo, non fare una cazzata della quale poi ti pentiresti Leah mi ascolti? FFinirai in prigione per il resto dei tuoi giorni, ti rendi conto? Ti prego non ho mai voluto farti del male, io ti amo, perdonami.
Il contatto con la pelle è delicato, quasi sensuale.
─Ti ricordi il viaggio in Scozia? Giungemmo a casa dopo mezzanotte e tu decidesti di divertirti per un pò, continuasti fino a farmi sanguinare, te lo ricordi?
La pennellata sul pene è dolce come la carezza di un amante.
─E ricordi i tuoi rientri dopo il servizio d’ordine allo stadio? Una volta mi rompesti una clavicola, scommetto non hai idea di quanto possa far male.
Le gocce scivolano lente sulla spalla di Kurt, le parole spezzate in un balbettio continuo.
─Dopo una delle tante sbronze al pub andasti avanti a picchiarmi ancora, ancora e ancora. Ricordi al pronto soccorso? Le menzogne, le costole rotte, gli sguardi dei dottori.
Gli occhi della donna scintillano furibondi, limpide gocce di sudore imperlano la fronte mentre passa il pennello sul costato dell’uomo con meticolosa precisione.
─Beh Kurt, ora vedremo quanto vale un rappresentante della legge di Sua Graziosa Maestà.
Improvvisamente si alza incombendo sull’uomo come una furia divina, si avvicina ancora una volta al cassetto e ne estrae un secondo oggetto.
─Te lo ricordi questo? Vediamo, l’incisione mi è sempre piaciuta, parla di anni in polizia, di riconoscimenti, di onore, te lo ricordi Kurt? Dimmi, te lo ricordi?
Il caratteristico TLACK dell’accendino a benzina scatena un terrore cieco negli occhi dell’uomo che comincia a urlare con tutto il fiato che ha in corpo.
Solo quando l’odore di carne sfrigolante comincia a pervadere il salotto la mente di Kurt si arrende all’incubo di un probabile tuffo in un oceano di dolore fumante.
Leah osserva con calma il marito trasformato in una bambola di pezza scossa da spasmi fuori controllo. Siede sul pavimento gelido e porta, forse per l’ultima volta, le ginocchia al petto, le fiamme azzurrognole danzano negli occhi nocciola, l’odore nauseante penetra fino al cuore. Per un attimo lungo una vita un sottile panico s’impadronisce della donna, poi lo sguardo torna lucido e le lunghe gambe si stendono sul pavimento.
Kurt smette di urlare, Leah smette di avere paura.