Giovedì mattina inizia con un bel sole ghiacciato attraverso vaghi tendaggi di nuvole spruzzate.
Sempre detto, sei un cazzo di poeta.
La piaga dell’influenza prenatalizia si abbatte sull’azienda falcidiando il personale, in aggiunta il principale si fa cogliere da un improvviso lecchetto (liberamente tradotto dal milanese stretto, “voglia di fare una madonna”).
La morale è ancora quella, piglia in culo una Stirella.
Armi e bagagli e vettura aziendale, mi fiondo da un carrozziere a Rozzano per un’improvvisa trattativa fatta di grugniti in calabrese e risposte in lombardo sbracato.
Un tripudio di vocali strette/aperte/strette/aperte, condito da un’aspirazione drammatica delle consonanti.
Porto a casa il cliente e schizzo via mentre estrae dalla camera di verniciatura un capocollo di quaranta centimetri e quattro bottiglie di rosso senza etichetta.
Spero non si offenda troppo, non è IGIENICO farlo.
Prossima drammatica tappa, Aeroporto di Linate, ufficio permessi, secondo piano.
In tangenziale oltrepasso la velocità della luce, il tempo si curva, Albertino Einstein sghignazza, faccio il pelo allo specchietto di un’Alfa Montreal e mi rendo conto che alla guida c’è mio padre, io e mio fratello dietro, ginocchia a contatto con gl’incisivi.
Rallento.
Parcheggio a Linate, una pornostar caffelatte con annessa Mercedes mi chiede se vado via, soffoco l’impulso di carpiarmi nel finestrino, rispondo che se attende “qualche minuto” andremo via assieme, giusto per l’ora dell’aperitivo, risatina tintinnante.
Povero pirla, ad ogni modo si allontana rivelandomi che parte per l’Ungheria, immagino un set di latex e fruste e lei incorpettata di pelle nera.
Vago sommovimento all’inguine.
Impugno la cartelletta con i documenti necessari alla richiesta del mitico tesserino verde, ingresso no-limits alle aree sensibili dell’aerostazione.
Campanello sulla porta dell’ufficio, hostess taccate che passeggiano nei dintorni, mi faccio rapire dai sorrisi e attendo salatini che non arrivano, qualche secondo di troppo dopo il click della serratura.
La voce spara isterica, raschiata.
- Alloooora, avanti, è aperto, cazzo!
Sussulto, entro.
Sui cinquanta, capelli bianchi, uno e settanta per sessanta chili isterici, ombra di Fard, credo Rimmel accennato, gilet a uncinetto, camicia, cravatta.
Lui, la checca.
Roughneck ultimo stadio, gilet trapuntato blu polveroso su pile grigio topo, jeans e scarponi, uno e novanta per cento chili, incazzatura misurabile in joule.
Io, l’utente medio.
Osservo stranito dalla visione, parte Morricone, cespugli in rotazione nell’ufficio, sullo sfondo lo skyline Death Valley.
Ci provo.
- Buona giornata sono della ditta XXX, dovrei consegnare.
Mi ghiaccia.
- Cheppalle, un altro! Ma non potete venire tutti assieme? Cheppoi sono qui da solo, gli altri due a farsi i cazzi propri.
Giuro che li capisco, accenno una sorriso cameratesco.
- Guardi è sempre così, sempre i soliti che lavorano.
Mi faccio schifo, ma la situazione è chiara, il manico del coltello è suo.
La checca riparte, errore terminale.
- Guardi facciamo così, ripassi domani e vedrò se i documenti sono a posto.
I due scorpioni risalgono la spina dorsale, decidono un punto preciso, si scambiano un hifive convinto.
Colpiscono.
La mia voce scappa fuori da una caverna del cazzo, l’inferno dei furiosi è appena dietro l’angolo.
- Mi scusi, le faccio notare che deve solo dirmi se è tutto a posto, in modo da non dover.
Il pompinaro fa un gesto plateale, Moira Orfei al massimo dello splendore durante il giro di pista.
- Ah! Lo sapevo, lo sapevo, c’era da aspettarselo, tutti uguali voi operai di merda.
Il sipario opaco precipita davanti alle pupille, allargo i piedi sul pavimento, percepisco nettamente le zanne da cinghiale in crescita costante ai lati della bocca, rivoli di bava sul collo.
- Ascoltami testa di cazzo, sarà meglio che prendi questi fogli di merda, prima che decida di staccarti la testa e cagarti giù per il collo.
Gli cade la faccia sul nodo da frocio della cravatta da frocio.
- Ma, ma, ma, come si permette, permette.
Alea iacta est.
Davvero troppo tardi per i ripensamenti, un ringhio gutturale, pura follia omicida.
Lo afferro per il colletto a due mani e inizio a tirarlo oltre il bancone, strattoni violenti, cattivi, le ossa del costato risuonano come uno xilofono zincato sulla plastica.
Riesco solo a ripetere checca di mmerda, checca di mmerda.
Emette dei gridolini strozzati, ho quasi compiuto l’impresa, mi appresto a sbudellarlo con cura Lecteriana.
Il bastone teso a due mani di traverso sulla carotide mi mozza il respiro, la voce è profonda, tagliente.
- Tutto ciò è disdicevole.
- Mgfffffhhh.
- E non parlo dell’aggressione in sé.
- Ccchggrrfff.
- Mi riferisco piuttosto al coltello che LEI impugna in una zona ad alta sicurezza.
La visione vira al nero, con la coda dell’occhio posso scorgerlo. Basco blu, mimetica spezzata blugrigio, anfibi, calibro nove nella fondina bianca, guanti neri di pelle leggera.
Massa muscolare da wrestler infoiato.
Cristo, l’Everest di tutti gli sbirri.
Riparte come un treno.
- Pensa di poter fare una cosa civile o devo farle perdere conoscenza?
Dice proprio così, perdere conoscenza, annaspo come in fondo al Mar Rosso del cazzo.
Alzo una mano tremolante, un pollice tremolante, molla la presa di colpo, le ginocchia impattano duro.
Checca in trionfo.
- Ecco agente! Ecco, se non era per lei.
Lo fulmina sul posto.
- Dovere. Le conviene tornare al lavoro.
- Ma, ma.
Accarezza la fondina, checca annichilisce, sbirro mi prende sotto l’ascella, mi guida fuori.
Ricomincio a respirare, osservo la montagna sacra, mi supera di una decina i centimetri, istintivamente provo simpatia per quel tipo.
- Tutto bene?
Tossisco leggermente.
- Bene, non si preoccupi, mi è capitato di peggio.
- Sono consapevole che il soggetto in questione è diciamo così, sopralerighe. Tenga.
Mi porge lo Spyderco, sparisce nelle tasche del gilet.
- Ma prenderlo per il collo, suvvia.
Ho riacquistato spirito e voglia di vivere.
- Dica una cosa, dopo la Diaz le hanno dato una medaglia?
Apre la bocca, incalzo.
- Ci facciamo una birra?
Sorride.
- Sono in servizio, facciamo un paio.
Prima di allontanarmi apro di nuovo la porta dell’ufficio, rottinculo trasecola.
Ho addosso il sapore del massacro, l’odore del massacro.
Esausto, dopo due giorni di viaggio a tappe forzate culminati con un esame a scansione molecolare per la ricerca di nanordigni, indispensabile per essere ammesso alla presenza del generale, mi rendo conto di avere esaurito ogni forma di tolleranza psichica.
L’odore del massacro permea le fibre, s’insinua attraverso i ricordi, si aggancia allo stomaco, un tumore all’ultimo stadio di metastasi.
Corpi smembrati dalla furia del nemico.
I due duri dei corpi speciali stazionano davanti alla fitta ragnatela di laser generata all’ingresso dell’ufficio, indossano la suite classica degli addetti alla protezione personale, in sintesi una ributtante espressione da stronzi.
Nessuno dei due accenna il saluto.
- Colonnello Thufir Hawat, ottantaduesima aviotrasportata, a rapporto.
Bestione numero uno alza un sopracciglio.
- Il generale è occupato ripassi più tardi.
Leggero sospiro stanco.
- Sono atteso, dovreste avvisare il generale della mia presenza.
Siamo già oltre la china.
- Noi, DOVREMMO?
Infila nella parola un disprezzo infinito. Faccio un passo verso di loro, s’irrigidiscono. Davvero troppo esausto per tutto questo.
Una china senza speranza.
- Ascolta soldatino.
Un vento leggero, gelido. Miro alla base del naso, un colpo secco, col taglio della mano guantata di supermetallo tessile, bestione uno crolla gorgogliando bollicine di sangue.
La collina della disperazione, del dolore.
Bestione due alza il braccio destro, al posto della mano ha innestato un sistema d’arma Colt Blaster W15 a risposta neurale.
La lama istoriata è il dono di un popolo dimenticato, di un’era dimenticata.
Il Kukri trancia di netto la carne, spappola tendini legamenti e ossa appena al di sotto del fasatore da guerra, il gorilla si contorce sul pavimento.
Gli afferro il moncherino e lo costringo in una posa innaturale, spruzzi arteriosi impattano sul ricettore DNA, i laser s’interrompono, leggero scatto pressurizzato del pannello.
È in piedi di spalle e osserva il mondo dall’ampio finestrone polarizzato, la divisa verdeoro impeccabile, gli stivali lucidissimi al ginocchio.
Impassibile, la voce annoiata.
- Colonnello, la stavo aspettando.
Si gira appena e passa lentamente il palmo della mano sull’enorme scrivania.
- Sergente, assistenza medica d’urgenza, qui da me.
Quello sguardo.
Il generale di brigata Irina Dvornikova apre con un gesto misurato un’elegante scatola di legno che troneggia sul tavolo in titanio, estrae una sigaretta senza filtro e accenna verso di me.
- Fuma?
Mi vengono in mente almeno una decina di reati federali contro la persona che stanno per essere violati.
Dvornikova se ne infischia dei divieti.
Si allontana dal vetro appoggiandosi alla scrivania, incrocia gli stivali e le braccia, puro gesto di potere, la fiamma azzurrina sprigiona combustione e un sottile fumo pervade l’ufficio.
Soffoco un sorriso.
- Grazie generale, sto bene così.
Un metro e ottanta di corporatura atletica, capelli biondi raccolti in un’alta coda di cavallo, occhi azzurro ghiaccio, muscoli scolpiti da ore di palestra che guizzano sotto la stoffa dell’uniforme.
Tutto ciò mi lascia impassibile.
Quella voce annoiata, roca di troppo fumo. Mi lascia sugli attenti.
- Devo dire che il suo rapporto preliminare dalla zona dei combattimenti era, per così dire, confuso.
L’ologramma ad alta definizione si materializza al centro della stanza, rumore di esplosioni, fumo, urla lontane.
Di nuovo lo stomaco si contrae, mi rivedo al centro dell’immagine elettronica, tracce di sangue rappreso sulla combinazione da battaglia, fiato corto, disperazione trattenuta a stento.
- Generale la situazione è di completa disfatta, le nostre armi sono apparentemente impotenti, subiamo perdite nell’ordine dell’ottanta per cento degli effettivi, richiedo.
L’immagine svanisce, Dvornikova mi scava il fondo delle pupille.
Sorride.
- Lei subisce uno scan molecolare e poi si presenta alla mia presenza con un “coltello”? Mi spiega come ci è riuscito?
Alzo lo sguardo e la collina è di nuovo lì, pronta per essere scalata, in cima, una legione di elfi neri si prepara all’invasione.
- So essere convincente.
La mia voce ha ben poco di umano.
Torna dietro alla superficie di metallo, si siede con grazia e incrocia le lunghe dita affusolate.
- Insomma lei è venuto fin qui per ammettere il suo fallimento. Cosa si aspetta che faccia.
Ora uomo, ora.
- Voglio che lei mi dica se abbiamo mai avuto una speranza, l’esercito, i ragazzi dei corpi speciali, il maledetto intero genere umano.
Sembra divertirsi un mondo.
- Vuole davvero trovare un alibi per la sua coscienza Thufir? Per tutti quei “ragazzi”, come li chiama lei, massacrati sui campi di battaglia?
Dillo, puttana, dillo.
- Ebbene, colonnello, le confermo che gli atti eroici a cui ha assistito, i combattimenti, le morti violente.
Fa un gesto delicato con le dita, una piccola farfalla che svolazza nell’aria.
- Tutto inutile, tutto ampiamente previsto.
Mi fissa con calma assoluta.
- Tutto coordinato per prendere tempo, per i negoziati.
L’orda è qui, l’orda è viva, il formicolio risale dalle gambe, aggredisce la schiena, esplode tra le tempie come un lampo al fosforo.
- Sapevate tutto, sapevate tutto.
Sale in cattedra picchiando un pugno.
- Certo che sapevamo cosa crede? Pensava davvero che avremmo permesso che distruggessero il mondo? Siamo scesi a patti e la contropartita si chiama libero arbitrio.
Non la sento più già da qualche secondo.
Le dita hanno guadagnato lentamente la pelle naturale dell’impugnatura, l’orda è qui ed è davvero tardi per le spiegazioni.
Con un balzo le sono addosso, spingo con violenza e l’impatto la manda a rotolare sul pavimento, la conversazione lascia il posto ai respiri affrettati, ai grugniti del corpo a corpo.
Non ha mai avuto un minimo di speranza, non con me e lo sa. Riesco solo a ripetere quella frase.
- Sapevate tutto, sapevate tutto.
Alzo il Kukri, mentre la costringo schiena a terra con la sinistra tengo la lama verso l’alto e faccio partire un diretto devastante verso i suoi denti bianchissimi.
L’impatto contro la superficie di metallo, legno e pelle di cui è fatta l’impugnatura le riduce la faccia ad una poltiglia sanguinolenta, colpisco una seconda e una terza volta, rumore di ossa e arcata dentale che vanno in pezzi con uno scricchiolio da brividi.
Mi accingo a finire il lavoro, rantola sommessamente nella semi incoscienza, questa volta la lama è girata verso il basso.
Il pugnale esige il suo tributo.
La paralisi è istantanea, lo storditore agisce direttamente sul sistema nervoso, percepisco vagamente l’uomo all’ingresso della stanza, il calcio dell’arma piantato alla spalla destra, un ghigno cattivo sotto la visiera dell’elmetto.
Le guarnizioni in Teflon sono interessanti solo per i primi dodici secondi, dopo è davvero il caso di rimetterle in tasca.
Non indugiare più con lo sguardo sul davanzale e sul didietro dei pezzi di gnocca in fila al bar, potrebbero aprire il portafogli e, nella taschina trasparente, farti occhieggiare da un bambino con maglia della juve, quella con sponsor “danone”.
Sforacchiare il monitor LG del pc con una IMI Desert Eagle cal. 357 magnum è eccessivo, anche se sopra il desktop di tuo figlio passeggia un minuscolo ragnetto saltatore.
Siri è un cingalese davvero alla mano e simpatico, ma se mi fa ancora tradurre i moduli per l’immigrazione fotocopiati con un toner ungherese del settantuno, gli fisso le palpebre con la pasta antiossidante.
Quella per il rame.
Non è più consigliabile far pendere la bindella del cellulare dal tascone destro dei pantaloni da lavoro, ieri a centosessanta sulla A7 mi ha alzato il freno a mano di almeno tre clack.
Mai più soffiare in faccia con noncuranza al responsabile di filiale Air Liquide il fumo di un Toscano Originale, potresti ricordarti di botto che ti ha confessato due mesi fa di avere un enfisema con complicazioni cardiovascolari.
Se due ventenni in minigonna entrano in ufficio chiedendo Elio per palloncini, non sono per forza lapdancer con in testa un’idea nuova per un numero al palo. Anche se il fisico c’è.
Secondo me la Parker Jotter è la versione moderna dei paletti di frassino per vampiri, solo va infilata nei globi oculari dei venditori porta porta di Wall Street Institute.
Avere come apertura di Windows XP Paranoid dei Black Sabbath non aiuta, mai.
Max Popenker mi aggiorna regolarmente in mail sulle novità pubblicate dal suo sito russo di armi da fuoco, rinnovare sottoscrizione.
Fare colazione al bar con cappuccino e cornetto alla crema non aiuta a perdere chili, ma provoca orgasmi sensoriali dopo che hai sollevato tuo figlio di 20kg. per la quarta volta alle 04.45 AM.
Se il tuo principale ti dà consigli medici millantando cognizione di causa perché è fanatica di Dr. House, sparale in una rotula e consigliale una placca in fibra di carbonio.
Adoro il cecchinaggio pesante, bucare le portiere dei blindi con il Barrett calibro cinquanta mette forza e gioia di vivere.
Quando il mouse è coperto da una patina mista di polvere, grasso e acetone incombusto, forse è ora di lavarsi le mani.
Sto decisamente fumando troppo, il problema è che non sono Marlboro o Pall Mall o qualche altro veleno convenzionale, come sapete fumo sigari italiani arrotolati a mano, il che provoca alitosi fluorescente, da contatore Geiger fuori scala.
Le bombole di Freon sono piccole, ma pesano come un buco nero, tirale su con gli addominali.
Quando la tua firma assume curiosamente, sotto i tuoi occhi, l’aspetto di un tag di una gang salvadoregna, siediti e fatti il settimo espresso della giornata.
Se arrivi al Telepass a centoventi all’ora, lui a volte ti spara un faro alogeno in faccia e la sbarra si richiude sul tettuccio della macchina. Ricordarsi di lanciare contro il casello il Tata carico di bombole H2, quelle da cinquanta litri, stile milizie libanesi.
Se tempestate di telefonate l’azienda del gas perché alla sera sale un odorino strano dalla cantina e me lo fate sapere, non potete sorprendervi se vi mando affanculo quando mi chiedete una bombola di GPL per fare la salsa del cazzo, da caricare in macchina lì sul sedile, di fianco al bambino che dorme nel seggiolino.
Le rosse con i pantaloni tasconi verde militare bassi in vita, sono un dono del Creatore in persona.
Mi sono accorto di aver consumato il secondo cd dei Linkin’ Park, se un pensionato settantenne in Panda ti si piazza davanti a quaranta all’ora in tangenziale, aiutano a farmi dimenticare ogni tipo di remora, in modo da potergli entrare nel paraurti ghignando.
Indossare una maschera a casco con visore DIN 12 in pausa pranzo e addormentarsi sulla sedia ergonomica dell’ufficio, serve solo a devastarti l’umore al risveglio.
E bere subito dopo da una boccia di Maximilian I Rosè sgasato, peggiora solo le cose.
Mi sono ritrovato ad accendere una Vigorsol Air Action con quella finita, prima di buttarla. Come i veri tossici da Gouloise.
Stamattina ho incontrato Karl Heinz Rummenigge in un cantiere alla Bovisa, indossando gli scarpini bullonati mi ha guardato dritto negli occhi e ha sentenziato con accento della Baviera “hai capillari spezzati attorno all’iride.” Poi si è allontanato in una nuvola di fumo ridacchiando assieme a Jimi Hendrix, nevicava fitto.