Stormbringer
martedì, 27 novembre 2007
Job frame
Qualsiasi cosa sia, lì nella bacinella, sta sanguinando.
Kira
 
La contatto attraverso i soliti canali, sito specializzato, pixel imbrattati di promesse più o meno svelate, un numero di cellulare.
Al telefono appare roca di sigarette e alcolici, forse semplicemente di sonno in diminuzione esponenziale, fare la puttana non è fondamentalmente un mestiere riposante.
Si sa.
Gentile, leggermente svagata, appeal lucido, deciso. Contrattiamo un hotel del centro, costoso, il mio tempo, il suo tempo. Poche rapide domande su preferenze, modi, esigenze di preparazione del pacco regalo.
Contrattiamo la cifra, qualcosa di molto superiore ad uno stipendio medio, il mercato globale del cazzo.
Un appuntamento scarno, memorizzo il suo viso, non sarà difficile riconoscerla, saluta restituendo false fusa da gatta in calore, professionista di un livello superiore.
Convengo.
Mi appoggio allo schienale della poltrona in pelle, indugio sulla pagina web che la riguarda, un profilo slanciato, magnetico, venticinque ventisette anni, occhi vagamente a mandorla, curva accentuata dal trucco di classe, caschetto scuro, seno acerbo.
Soppeso ancora una volta gli occhi, carne degna di nota.
Il pomeriggio trascorre lento, tra offerte di collaborazione, contratti da analizzare, clausole da sviscerare, attraverso l’ampio finestrone all’ultimo piano del grattacielo, un tramonto fuori stagione esplode di colori inaspettati.
Appoggio le dita al gelo dell’antisfondamento, laggiù in fondo, nella morchia devastata, l’umanità consuma, distrugge, desidera.
Assapora odori dimenticati, sogna ricchezza, ottiene una mediocrità senza speranza, spruzzata di piccoli attimi sfaccettati.
Valutare gli istinti, scorporare i lati nascosti della personalità, sezionare un’occhiata, un sorriso nascosto.
Il mio lavoro. Messaggi in transito nella posta, offerte di collaborazione, sempre al vertice della piramide.
Il migliore.
Chiudo il laptop, tempo in chiusura costante, sempre e comunque poco.
La porta dell’ufficio è un sibilo attutito.
L’atmosfera del bar dell’albergo è deliziosamente corrotta.
Il lungo bancone di marmo sbeccato fa da palco ad una platea consunta. Ampi drappeggi rosso sangue contornano la sala, lo spazio è costellato da piccole isole composte da poltroncine e divanetti con annesso tavolino, vociare sommesso della clientela abituale, tipico luogo per incontri mercenari o clandestini.
Mi fermo al bancone, lo specchio sulla parete alle spalle dei barman regala uno sguardo alla Jack Torrance in completo scuro.
Le parole scivolano con gusto, ne assaporo il suono pieno, scandito.
- Lagavulin, liscio.
L’ombra nera scivola densa di sapori alle spalle, accompagno la prima sorsata di whisky con il profumo dolce della sua presenza.
Lo specchio pare illuminarsi al riflesso nitido.
- Sei splendida.
Sorride come sorridono le donne ai complimenti.
Indossa un tubino nero rigoroso sul davanti, ma colgo un lampo di schiena nuda, qualche occhiata famelica dei presenti. Calze nere velate, un elegante tacco dodici che la solleva fino ad un buon metro e settantacinque.
- Grazie, sei gentile.
Aggancio uno sguardo dolce, bambina spaurita cresciuta troppo in fretta.
Ha labbra carnose in rosa leggero, non troppo sfrontate, da baci leggeri, piccole ciocche ribelli che invadono l’ovale sfilato.
- Vuoi bere qualcosa?
Il barman si materializza.
- Martini.
La coppetta del cocktail si gode la carezza delle dita affusolate, i polpastrelli scivolano sul cristallo, domande di rito.
- Che lavoro fai?
- Risorse umane, valuto le potenzialità del prossimo.
Un interesse che pare genuino.
- Come ci si arriva? È una professione che mi ha sempre incuriosito.
Sorso, una piega deliziosa ai lati della bocca.
- Sono laureato in filosofia, ma la scuola è un'altra.
Lampi lucidi di curiosità femminile.
- Sarebbe?
- Sono stato militare di professione, s’impara a prendere decisioni veloci studiando gli sguardi.
- Interessante, cosa ti ha spinto a farlo?
È il mio turno.
- Due vettori primari che ci accomunano.
Finisce il cocktail con cura, studia il riflesso verde delle mie iridi.
- Il denaro, la fuga.
S’irrigidisce, l’occhiata dura si perde alle spalle.
- Saliamo.
Ondeggia leggera sui tacchi, la stanza è enorme, appoggio la tessera magnetica sulla scrivania di mogano.
Sorride di nuovo.
- Temo che mi dovrai pagare in anticipo.
- Nessun problema.
Appoggio le banconote di fianco al pezzetto di plastica, le fa sparire nella pochette Prada. Mi regala un gesto spontaneo, si tormenta con l’indice il labbro inferiore.
- Vuoi spogliarmi tu?
Professionista di un livello superiore.
- Non ce ne sarà bisogno.
Con un unico movimento fluido indosso i guanti di pelle ed estraggo la Beretta PX4 Storm silenziata.
So riconoscere una faccia da poker quando la vedo, azzarda una domanda.
- Non capisco.
Sento di doverglielo, in fondo è lavoro, nessun bisogno di un ulteriore sfregio.
- Nel tuo settore non è prevista la libera iniziativa.
Sospira.
- Dragomir, bastardo rumeno.
Alzo la canna rigata.
- Il nome è quello.
- Suppongo che.
Le risparmio l’umiliazione d’implorare.
Miro al cuore, faccio fuoco, tonfo ovattato, la mia Weaver rilassata assorbe il rinculo.
Crolla come una bambola strappata.
Mi avvicino, respira ancora, gli occhi neri vagano lontani.
Alzo di nuovo l’automatica, secondo sparo.
Raccolgo i bossoli.
Nell’uscire spengo la luce, la serratura è un click impietoso.
 
 
 
 
 
 
 
 
Scritto da: hellstrom alle ore 14:37 | link | commenti (14) | categoria:
lunedì, 26 novembre 2007
Lunedì Wake up

Ok gente, ci risiamo è di nuovo lunedì. Sveglia!

Scritto da: hellstrom alle ore 06:40 | link | commenti (10) | categoria:
giovedì, 22 novembre 2007
Border - (estratto)

Mosca
23.30 – 13.12.2014
 
Diana sfrecciò veloce.
L’otto cilindri della BMW X15 la mandò a forare l’atmosfera polverosa della Kutuzovskiy Prospekt come una pallottola d’argento.
Sorrise nella penombra profumata di pelle, percepì la carezza del costoso abito da sera italiano sulle cosce abbronzate, l’espressione si fece più soddisfatta.
Potere.
Il razionamento del carburante stava strangolando qualsiasi forma di trasporto privato nella fredda capitale, pochi privilegiati potevano permettersi il lusso di un’auto sportiva.
Potere.
Diede una rapida occhiata alla chiassosa insegna luminosa della beauty farm di Valentin Yudashkin, cinque SUV Mercedes blindati erano allineati lungo il marciapiede in attesa dei proprietari, le guardie del corpo schierate in copertura, piccole, letali mitragliette a tiro rapido ben in mostra.
Decise una nervosa scalata con un semplice tocco del cambio sequenziale e l’auto rispose schizzando in avanti, era l’inizio di una serata trionfale, non aveva intenzione di arrivare tardi.
Strinse il volante con forza, il presidente aveva deciso.
Dopo un’estenuante gavetta fatta d’incarichi avvilenti, era riuscita a conquistarsi la fiducia del grande Oleg Grigorov. Per la prima volta dopo secoli di assoluto potere maschile, una donna avrebbe avuto una consistente fetta di dominio all’interno del circolo più esclusivo nella Santa Madre Russia, il politburo.
Quando fu all’altezza dell’incrocio con la Dorogomilovskaya mise la freccia e imboccò la stretta via male illuminata che portava all’ingresso del Salamander, la discoteca diventata simbolo della nuova, potentissima giovane classe dirigente.
La zona industriale era ormai totalmente deserta, il locale ricavato da un capannone in disuso, gli arredatori ne avevano fatto un'oasi di opulenza in un panorama desolato. Rallentò per scrutare meglio la strada, mucchi di rifiuti ingombravano l’asfalto ghiacciato. Un movimento catturò l’attenzione, un'ombra si lanciò verso il centro della strada.
Frena.
L'istinto la colse troppo tardi, l'uomo fu catapultato dall'urto verso il granito del marciapiede. Diana fece compiere all'auto una mezza sbandata poi riuscì a fermarsi, le mani scosse da un tremito violento. Scese con il respiro mozzato controllando che non ci fossero pattuglie di poliziotti, uno scandalo era l’ultima cosa di cui avesse bisogno.
Si avvicinò lentamente all'uomo sdraiato, era sicuramente un barbone, indossava un logoro cappotto dell'esercito con un paio di gualcite medaglie appuntate sul petto.
Quando vide il volto del ferito un panico nero le attanagliò le viscere.
Gli occhi erano stati asportati da poco, le orbite sanguinavano copiosamente, profonde ferite lacerate solcavano le guance dell'uomo che strisciava lentamente sull'asfalto ghiacciato. La ragazza si inginocchiò per osservarlo meglio, valutò che non ne avrebbe avuto ancora per molto.
La mano sudicia scattò in avanti e si chiuse sulla pelliccia di volpe macchiandola di scuro sangue arterioso.
Diana barcollò all’indietro, tutto il fiato sparito chissà dove. La voce colpì, ferma, decisa.
- Beati gli ultimi, beati gli ultimi perché loro è il regno dei cieli.
Si ritrasse inorridita, l'uomo ebbe un sussulto poi svenne con la faccia riversa nell'acqua che scorreva ai bordi della strada. Presa da un oscuro presentimento si alzò e mise una mano sulla portiera con l'intenzione di schizzare via alla velocità della luce, un rumore la costrinse a girarsi verso la parete di buio solido nella quale sprofondava la strada.
L'uomo era altissimo, il fisico possente, le braccia aperte allontanate dal torso nudo rivelavano muscoli ipertrofici, i pantaloni della mimetica erano infilati in un paio di anfibi da paracadutista. Venne avanti lentamente tenendosi nell'ombra, quando fu a pochi metri da lei un sibilo sembrò protendersi.
- Sì, ti stavo aspettando. Ora consegna fiduciosa la tua anima a colui che viene nel nome dell’unico dio.
Nell’attimo stesso in cui la ragazza vide i tentacoli che sgorgavano gioiosi dalla gola dell'essere saettando nell’aria tersa, cominciò ad urlare.
E urlò, urlò, urlò.
..............................
- Cosa cazzo è successo qui!
Il tenente della milizia si levò il colbacco di pelo, restò in piedi in mezzo al vicolo con gli stivali che affondavano di un paio di centimetri nella morchia di fango e sangue congelato. Il caporale Dasayev lo raggiunse e impallidì istantaneamente. Appoggiò una mano al muro di mattoni e cercò disperatamente aria, non aveva intenzione di rivedere la colazione, il prossimo pasto era in programma per la sera e passare la giornata al gelo con lo stomaco vuoto non era una bella prospettiva. Si strinse nel cappotto in dotazione alla polizia di Mosca e si avvicinò con passo incerto.
- Si direbbe un regolamento di conti fra bande di mafiosi.
- Dasayev santo Dio! A quest uomo hanno strappato gli occhi, ha la spina dorsale rotta, chi poteva avercela tanto con un barbone?
Il tenente Gregor Demianenko frugò nelle logore tasche del cappotto militare e così facendo notò il bavero gualcito.
- Dai un’occhiata, abbiamo un maledetto eroe qui. Cazzo queste sono mostrine dei corpi speciali, spetsnaz, Oleg mi hai sentito? Caporale!
Il tenente girò l’angolo e trovò il subordinato piegato in due dai conati.
-Ma che?        
Il caporale alzò un braccio e indicò un fagotto di stracci all’interno del vicolo ghiacciato. Lentamente l’ufficiale si accorse della pelliccia di volpe siberiana macchiata di rosso, con il manganello alzò la superficie del capo lussuoso mentre i latrati di Dasayev riempivano l’atmosfera.
Demianenko era un veterano della Cecenia, aveva ancora negli occhi i massacri compiuti in nome di un dio vendicativo, ma quello che vide gli fece pensare di essere capitato in pieno basso medioevo.
Il sangue rappreso copriva il corpo quasi interamente, anche in questo caso erano stati asportati gli occhi, ma ciò che costrinse il poliziotto ad appoggiarsi alla parete mentre le gambe cominciavano a cedere fu il lungo crocefisso di legno piantato quasi in parallelo ad attraversare il corpo dalla gola al ventre da dove fuoriusciva mettendo in mostra una punta acuminata.
Osservò per un lungo interminabile istante il viso straziato, poi si girò di scatto per precipitarsi verso la radio dell’autopattuglia.
Qualcosa lo costrinse ad inchiodarsi.
L’uomo apparso all’ingresso del vicolo alzò lentamente la testa mettendo in mostra uno sguardo d’acciaio. Un piccolo muscolo cominciò a contrarsi appena sotto l’occhio destro, azzurro come il ghiaccio di un iceberg.
Quando il poliziotto fece per chiedere l’identità dell’uomo appoggiando la mano destra sul calcio dell’automatica in dotazione, le parole gli morirono in gola. L’emblema di metallo inciso a caldo sulla tessera sollevata davanti ai suoi occhi gli troncò il respiro tutto in un colpo.
Il generale Jaak Gudenko rimise il distintivo della divisione L all’interno dello spolverino di pelle nera e cominciò a scrutare il cadavere riverso sull’asfalto lurido. I due poliziotti si fecero da parte lentamente, non esistevamo parole per descrivere la follia che era precipitata su di loro, eppure, quando l’uomo alto aprì la bocca per la prima volta, Demianenko sentì il coperchio di un’invisibile bara che veniva inchiodato.
- Gli occhi, non avete trovato gli occhi vero?
 
Scritto da: hellstrom alle ore 11:41 | link | commenti (8) | categoria:
lunedì, 19 novembre 2007
Bancofrigo

Tutti noi una volta nella vita dobbiamo fare i conti con un ipermercato al sabato mattina.
Mal di testa con aura, un simpatico bastardo appollaiato sulla tempia sinistra con annesso chiodo rovente conficcato, giornata perfetta per spese.
Spingo sulla gelida sbarra trasversale e sono nella calca mentre la testa pulsa un aneurisma progressivo.
Altoparlantiassordanti.
Mi ritrovo subito a dover fare i conti con la moltitudine, non è davvero possibile che questo luogo riduca a organismi monocellulari con feroce istinto di aggregazione.
Eppure funziona.
Le occhiate ostili di vecchie col carrellino truccate come trans alla prima comunione del fratellino, bambini che sfibrano i genitori a poco a poco (tutto sommato i meno colpevoli), forza che siamo in ritardo, i dueeuro per il carrello? Assoluto ovviamente il trillo dei telefonini.
Sono sicuro che diffondano del protossido d’azoto dalle bocchette del condizionamento, stelline ai lati della percezione oculare, emicrania in progressione esponenziale.
Sono allergico al protossido, quattordiciminuti e ottodecimi dopo decido. In realtà mi divertivo di più a sapere di potere piuttosto che nell’agire ma.
Mica lo puoi nascondere per molto uno Steyr AUG camerato NATO, caricatore bifilare da trenta maledetti blindati, sotto il giaccone.
Mollo il carrello addosso a un riporto viscido di forfora, si volta bellicoso ma nota subito la vena di follia e si ritrova a balbettare come un’anatra impaurita.
Perfetti polimeri induriti nascono tra le mani guantate senza dita (signori i grilletti scivolano sulla lana), ma tu guarda ‘sti austriaci, ti fanno un fucile mitragliatore e il caricatore lo fanno a forma di wurstel.
Quasi mi metto a ridere pensando al disegnatore seduto alla mensa in fabbrica con la salsiccia nel piatto e la forchetta sospesa.
Ora di agire?
La folla osserva, accenna qualche urletto ma il panico stenta a partire, sembra che aspettino il via, tengo lo spegnifiamma verso il pavimento e.
Aspetta un attimo! Non ci sarà mica un cazzo di grande fratello nascosto nel bancone di mucche pazze vero? Rovisto tra i vassoietti di polistirolo insanguinati, no, no, va bene.
Prima raffica ottocolpi.
Colgo un’emulsione rossastra di bulbo oculare, ‘nsai mai alla fine dove vanno a finire i proiettili, perché quando le donne cadono all’indietro volano sempre le scarpe? Ve lo siete mai chiesti? Faccio scoppiare una scatola di corn flakes, come un nevicare di fibre vegetali coperte di arterioso scuro, davvero carino.
Tutto coincide di lucida precisione, urlano cadono, odore di paura, odore di, urina? Ma per favore contegno! Tre reparti più in là ci sono i pannolini e servitevi santo cielo!
Seconda raffica dodicicolpi.
C’è un tizio giaccaecravatta col codice a barra, bello il colorito lampada.
Agisce, fa abbassare, fa spostare.
Odio quelli che agiscono, abbassano, spostano, la sua faccia esplode come una pizzabuitoni.
Terza raffica diecicolpi.
 
In seguito, il cecchino NOCS che lo abbattè con gran tiro da trecentometri disse che anche dopo il grosso buco in pieno petto il ragazzo sorrideva di una serenità assoluta, totale.
Il cecchino smontò il PSG1 e si incamminò verso il furgone strisciando gli anfibi sull’asfalto umido, era sabato, giornata di spese e sua moglie lo aspettava col carrello già pronto.
Scritto da: hellstrom alle ore 08:51 | link | commenti (21) | categoria:
giovedì, 15 novembre 2007
Apu - full optionals

In vendita da primavera 2008, disponibile con interni in pelle, condizionatore, navigatore, reloader incorporato. Deliziosa macchinetta.

 

 

Scritto da: hellstrom alle ore 07:03 | link | commenti (7) | categoria:
martedì, 13 novembre 2007
Freespeach III (Paso Doble)

Leggero click delle pinte ambrate, vociare leggero nella sala spaziosa, penombra diffusa, odore di legno e liquori.
 
- Hai gli occhi stanchi.
- Già, sei al corrente del motivo.
- Non prendermi per il culo, dopo tre anni e rotti ci avrai fatto l’abitudine, c’è dell’altro.
- Qualche scazzo, alcune conferme, forse anche troppe sorprese.
- Cavoli tuoi, ti sei cercato una col carattere forte? Una tosta? Ecco.
- ‘Scolta, adesso non ti mettere a fare l’amica comprensiva, non ci conosciamo abbastanza, poi lo sai.
- Infatti, non ci conosciamo abbastanza, non pensavo fossi così stronzo. Poi lo so cosa?
- Ma sì dai, la solita storia delle amicizie uomo/donna.
- Ma ti rendi conto di quanti avranno detto questa cosa ad una donna? Cristo sei un cliché.
- Effettivamente qualche etichetta addosso me la porto, sarà quello che scrivo, come lo scrivo.
- Sarà più che altro l’espressione da stronzo.
- E sono già due, all’inizio della serata, cominciamo bene. Senti se mi detesti potevamo anche evitare di vederci, potevi restartene nel Regno Unito.
- Senti un po’, mica sei il centro di questo cazzo di universo, il nostro incontro è ai margini di un tutto più complesso.
- Cosa?
- Lascia perdere, lo sai che sono contorta.
- Lo siete tutte, in special modo voi del web.
- Sarà il fatto di buttare per aria giornalmente emozioni a disposizione di tutti. Un’immensa seduta psicanalitica.
- Contorta e psicanalizzata ma bevi come un portuale danese.
- Faccio parte delle nuove generazioni, i giovani bevono, non lo sai?
- Ecco un bel sistema per farmi sentire un catorcio del cazzo.
- Dai, scherzavo, parlami delle tue donne.
- Sei matta? Non abbiamo tutto il mese.
- Non fare il figo, te lo leggo nelle mani che non sei il classico scopatore a raffica.
- Mai stato. Nelle mani?
- Hai le mani grosse, da uomo buono.
- Senti finiscila con ‘ste vaccate da libro Cuore. Pacciani aveva mani enormi.
- Ci stai girando intorno.
- Che palle. Lo sai, sono uno che le donne le ha scoperte tardi.
- Scoperte o scopate?
- Sono due cose completamente diverse.
- Lo so, era una battuta, quanti grandi amori hai avuto.
- Due. No tre.
- Gran cosa il subconscio, la terza l’hai aggiunta per dovere di cronaca?
- Cristo, ho bisogno di un’altra pinta, aspetta forse è meglio qualcosa di unblended.
- Farai la cronaca di questo incontro sul blog?
- Potrebbe essere, anche se mi è già successa una cosa del genere.
- Me lo ricordo, com’è finita?
- Di merda, pare che non mi sopporti più e non capisco il perché.
- Donne e web, io ancora ti reggo.
- Per ora.
- Forse perché non abbiamo mai avuto contatti di un certo tipo. Stai scappando ancora.
- Cheppalle. Cosa cavolo vuoi sapere ancora?
- Di quei tre amori, quante ne hai amate alla follia.
- Non sono il tipo delle follie.
- Stronzate. Sei il tipo che prende la macchina dopo aver passato la notte al cellulare e fa seicento chilometri senza fermarti.
- Va beh ma questo è un colpo basso, lo sapevi già!
- Vedi che non puoi raccontarmi balle?
- Allora facciamo così. Per amare alla follia intendiamo quel primo periodo da sballo totale, quello delle emozioni fortissime che ti fanno volare?
- Proprio quello.
- Una delle tre.
- Quale?
- Tu lo sai.
- Occazzo, non mi diventare il Cristo adesso.
- No senti, di bestemmie ne ho tirate davvero troppe.
- Anche per amore?
- No, per amore ho tirato pugni ai muri.
- Poveri muri.
- Povere mani.
- E adesso come ti senti?
- Leggermente ubriaco.
- Dai! Hai capito.
- Discorso complesso, la famiglia assorbe tutto come un maelstrom. Scadenze, figli, mutui, lavoro, casini. La torta del cazzo insomma.
- Ti manca la tua libertà.
- Me la ritaglio qui e nei pezzi che scrivo.
- Hai mai tradito?
- E’ una proposta ponderata?
- Stronzo.
- Almeno cambia insulto. Ho tradito come tutti.
- E come ti sei sentito?
- Ho tradito e ho subito il tradimento, fanno schifo tutte e due le cose.
- Ma la clandestinità, le emozioni nascoste, il primo incontro.
- Mi avvalgo della facoltà di non rispondere.
- Oliver North non avrebbe risposto meglio.
- Lo sai, in fondo sono un soldato.
- Smettila con questa puttanata hai rotto le palle.
- Ti adoro.
- Scemo, tu adori tutte.
- Sono uno che s’innamora.
- Sai che quando lo dici e guardi negli occhi sembra vero?
- Vuoi bere ancora?
- Tesoro vivo in Scozia, farmi ubriacare non funzionerà.
- No eh? Lo sospettavo. Me lo fai un favore?
- Dimmi.
- Hai un bel sorriso, usalo di più.
- Promesso.
- Franco! La signora gradirebbe un’altra media.
 
Voce dal fondo, l’uomo tarchiato ha una folta barba, mani costantemente in appoggio sulle spine.
 
- Tu invece un Sanbitter?
- Pirla!
- Stronzo!
- Cazzo allora e proprio serata...
 
Per Franny.
Scritto da: hellstrom alle ore 10:05 | link | commenti (5) | categoria:
lunedì, 12 novembre 2007
Tell me why

Week end con feroce emicrania con residui fin da stamattina alle cinque. Seduto alla postazione del capo osservo l'uomo dell'assistenza smanettare sul mio pc e scuotere il capoccione, ripete tra sè e sè "introiato è introiato". Spero si riferisca al range dollaro/euro/greggio, ma nutro qualche dubbio. Prendo la decisione a due mani, osservo la luce abbacinante attraverso i vetri sporchi dell'ufficio, esco in ribalta, accendo il Toscano nell'atmosfera tersa, nitida.

Si fotta l'emicrania del cazzo.

Editing 14.30 - Mi rivolgo alla persona che ha pensato bene di abbandonare una bombola d'Idrogeno da 14lt davanti alla porta durante il week end. Recipiente ritrovato  da un zelante rappresentante della polizia municipale. Sappi che ho intenzione di fiammeggiarti il culo con un cannello da taglio ossiacetilenico, punta da 175.

Come sempre non è una minaccia, è una promessa.

Scritto da: hellstrom alle ore 09:34 | link | commenti (8) | categoria:
mercoledì, 07 novembre 2007
E dopo la cena (Gargoyle)

Hate
I’m your hate
I’m your hate when you want love
Pay
Pay the price
Pay, for nothing’s fair
 
Annullo per l’ennesima volta la tua presenza nel gelo.
Stasera.
Lastre di marmo in piazza, frammenti di pelle spaccata, il freddo una coltre spessa in cui mi rifugio, la testa a scatti, predatore di un’epoca dimenticata.
La voce del ferro, della furia, del sangue.
 
Scegli accuratamente la barra d’acciaio inox, lucida, nitida.
Frenala nella morsa, stringi.
L’angolo è preciso il materiale splende nell’aria tersa, saldatura con elettrodo di Tungsteno, Argon in protezione.
Al lavoro.
 
Al centro della spazio i pompieri smontano l’albero di natale.
Un errore, forse un calcolo sbagliato dei carichi di trazione, un CRACK violento, la creatura in verde si schianta verso la metà del tronco e si abbatte sul carroponte bianco e rosso.
Era già morto, mi viene da pensare, non ha sofferto.
 
Attraverso la maschera a fotocellula, la saldatura delle creste appare come una striscia luminosa, una specie di notte di San Lorenzo in miniatura. Gli universi sono relativi, macro e micro fanno parte del tutto. L’arco elettrico attacca, sgrana particelle in sospensione, la torcia è leggera, il metallo si consuma lentamente, molecole in fusione precisa.
 
Il tuo ricordo impresso a fuoco, da quella notte in cui decidesti di regalarti un paio di cesoie affilate, in cui mi accusasti di usare la forza, di pretendere il sangue, i segni.
Al limite della piazza una pantera della polizia, mi allontano con calma, la ricerca si è fatta spasmodica, troppe vittime, troppe prede tra i trofei.
Sono il gargoyle, un solo modo per amare, un solo modo per uccidere.
 
Ripiegato su sé stesso il metallo si raffredda veloce, stacco la saldatrice, accarezzo con le dita la superficie satinata, la torcia emette ancora un sibilo sommesso, chiudo il riduttore di pressione e la bombola.
Freddo, esatto, modellato, curvature ampie, come anelli di una fottuta olimpiade del cazzo.
Pronto.
 
Luci basse e pozzanghere ghiacciate tra le vie deserte.
Un’aria tesa strappa un paio di lacrime acide, piccoli fiocchi secchi come il polistirolo.
Neve strana, che non tocca mai realmente terra e ti prende in giro esplorando il fondo degli occhi strizzati.
La piccola figura sbeccata barcolla in mezzo alla strada, nel nulla ventoso. Giro la testa, risponde il vuoto di una notte lontana dai clamori di qualsiasi festa.
Avanza e tende una mano, avanza e prova a parlare nella tormenta, il vento sembra voler impedire l’incontro, un dio nordico annusa l’odore di morte e a volte gli dei provano ad essere misericordiosi.
Mormorio afono, sguardo perso dietro di me, alla ricerca di un punto lontano.
- Ho fame.
Io sono il cercatore.
- Ho fame e da tre giorni nessuno mi dà niente perché sono un tossico.
 In questa notte di dolore e bilanci amari.
- Ti prego.
In questo tempo, dominato dalla mancanza, dal desiderio bruciante di carne viva.
- Sto morendo di freddo ti prego, sono malato.
Ho il coraggio di cercare e di trovare una via.
- Dammi qualcosa per mangiare, per dormire al caldo.
- Sì, dormire.
Alzo il pugno fasciato dal tirapugni d’acciaio, creste taglienti, piccoli draghi di fiamma, riflettono il baratro di paura.
Non sai quanto ti ho amato, non lo sai.
Colpisco.
Si spegne in un bagno d’oceano urlante di rosso. Brandelli d’essere scagliati nel nulla, i muri, l’asfalto, la bella vetrina del negozio elegante.
Finisce.
In ginocchio percepisco la terra pulsare attraverso le vene, sfilo l’attrezzo, il freddo adesso è dovunque.
Mi basta saperti tranquilla, senza di me.
È facile raccogliere dalla gola squarciata, unisco i palmi a coppa.
Ora di bere.
Scritto da: hellstrom alle ore 06:26 | link | commenti (10) | categoria:
lunedì, 05 novembre 2007
FreeSpeach II
La sbarra ghiacciata i passi sottili sui ciottoli allineati, l’erba bagnata di lacrime.
Ci sono albe devastate, scagliate a forza attraverso il buio di una nebbiolina dotata di piena consapevolezza.
C’è asfalto, ci sono baraccopoli e tizi strappati che sbucano fuori da Resident Evil, ma senza la cretina armata di tutto punto.
Ci sono foglie in sospensione e l’inverno che si trascina fottendo da dietro un autunno senza una cazzo di fine apparente.
E poi ricordi che scoppiano l’attesa di una visita che stenti a regalarti, si fottano pure i cimiteri, nel calderone delle ossa dimenticate.
Immagini macchiate e domande che nessuno oserà mai fare, mancanze solide, spruzzate acido e dolore frantumato.
C’è una stanchezza infinita di questo paese che muore, donne violate, bambini venduti, questo paese che è lo stronzo specchio di un’umanità marcia fino al midollo, scintillata attraverso lamiere lucide e spot telefonici.
Rabbia che esplode e pretende, una sete senza fine, una scia di carne mutilata, cotta a puntino nel superforno della cucina pagata a rate, confiscata, sbudellata dalle banche che stringono il pugno.
Il sangue che cola tra le falangi putrefatte.
Il credito al consumo del cazzo, il buio nel cuore, le calibro nove nell’armadio del nonno, le smorfie sottovoce che rinascono dalle fabbriche agli uffici.
Quelli che non vedono e viaggiano tronfi, quelli che non respirano l’onda di piena, lo tsunami di cadaveri della mente, i mostri che vagano, che sbraitano ai semafori, che insultano in coda.
Detonatori perfetti, perfetti.
Noi siamo quello che respiriamo.
E qui si ansima vendetta, gente che trascina ciabatte al discount e rovista al mercato i cassonetti marciti.
Leggete la marea, respirate la furia.
Appoggiare la mano aperta sulla superficie venata, fiori finti e foto sbiadite, lezione numero zero, qualcuno abbia il coraggio di spiegare cosa cazzo significa parlare ad un muro pieno di niente.
È solo che raccontarti questo nulla che precipita ogni secondo pare una soluzione, in realtà è solo un mezzo per scaldare la forgia e costruire l’armatura, giorno dopo giorno.
Sveglia dopo sveglia.
Ma qui, proprio qui in mezzo alle voci che urlano il silenzio, percepisci scaglie saldate a fuoco, piccoli pezzi che incastrano un tutto preciso.
Segnali precisi di un divenire di tenebra.
Le voci, da sempre, esigono un tributo.
Mi manchi papà.
Scritto da: hellstrom alle ore 12:02 | link | commenti (3) | categoria: