Stormbringer
mercoledì, 31 ottobre 2007
Gang Frames
I poeti sono matti duri, ma per un prosaiolo come me interagire in un esperimento di scrittura con una di loro è stato senza dubbio istruttivo.
Questo è uno dei risultati, scritti a quattro mani a parti alterne.
 
 
 
Way to be
 
Identità figlia di un cane.
Il Liga e le sue canzoni del bar, che puttanate.
Io ho un buco da soddisfare, io. Tutti i giorni che arrivano, quando questa sete chimica aggredisce.
Spaccia.
Stagnola.
Buco.
Un cerchio perfetto, non esiste amore, non esiste cibo, fame, mare, cielo.
Esiste il cerchio.
Punto.
Cominci con le marchette, poi però quelli con la pelle e le lamiere zincate si rompono i coglioni a vederti con le occhiaie grigie.
Si rompono i coglioni a vederti tremare di freddo a Luglio, a sentire il cazzo scivolare sulle gengive sdentate.
Ecco.
Allora sono autoradio, basta una candela, un bel colpo e il vetro va giù.
Giù.
Basta marchette, ma poi la pula ti becca la prima volta, ti ritrovi un bastone nel culo, appoggiata al muro verde muffa di qualche caserma. Il neon che ti fa la faccia giallastra.
Un bastone nel culo.
 
In effetti non avrei granchè di cui lamentarmi. Casa, studio e qualche soldo sempre in tasca. E le lagne. Credo che facciano parte di una qualsiasi casa di merda.
Mi sparo le cuffiette mentre pranzo, mentre dormo, per strada, mentre loro litigano. Di lì. Questa casa grande e non riesco a starmene per cazzi miei neanche un po’. Perché se sono in soggiorno litigano con me, se sono in camera litigano per me.
Circoli viziosi del cazzo.
Cazzo, li potevate fare una decina di figli aggiuntivi così, anche uno a settimana; rompevate i coglioni al gruppo senza mai rompere a nessuno. Altro che preservativi. Dovevo bucarveli con l’ago e farmi una serie di fratelli ammazzarotturedicazzo.
“Si, ok. Non torno tardi”. E certo che non torno tardi.
I negozi chiudono alle otto.
“Sì, ok. Va bene bistecca per stasera”
Poi mi viene sempre fame dopo.
“No, non le ho viste le tue ciabatte da giardino”
La punta unita dell’acciaio potrebbe bucarmi l’Eastpack.
Scarpe slacciate, New Balance. Occhiali da sole, quelli di Vasco. Vetri riflessi e plastica rovente. Coca cola in lattina. Risucchi da cannuccia.
“Lasciaaaaaaaaaaaaaaaa!!! È per me. Si?! Scendo. Bella fra’”
 
Down circles
 
Luca sputa.
Non smette mai, mai.
Lui i cristalli li sniffa dentro al vetro chiaro, poi sputa, dice che è il sapore che ti rimane dentro.
Ha un cognome importante e comunità come alberghi alle spalle, dentro fuori, come scopare, dentro fuori.
Poi ad un certo punto la famiglia dice basta e se ne fotte, e lui è fuori.
Tutti i drogati hanno idee e desiderano, tutti.
Siamo fatti di desideri e di bisogni, questo lo sapete anche voi.
I drogati hanno anche le idee.
Solo che vengono via come formiche impazzite nel fuoco, se ne fai una manciata ti escono tra le dita, sciamano da tutte le parti, sulla terra, sui polsi.
I drogati hanno idee.
Luca ha lavorato per i suoi, prima di fottersi i neuroni col Crack, vetrine che brillano e colori.
I colori importanti nella vita di un drogato, l’argento, l’oro, le pietre.
Nel suo delirio di formiche che danzano, c’è posto per i ricordi, per i tempi, le tabelle.
Uomini in cravatte costose con le Gucci fermate al polso.
Uomini soli con anelli d’acciaio.
Facilefacilefacile.
Formiche.
 
Ciccio ha uno scooter truccato.
Andiamo in giro con il casco leggero, abbracciati come due scimmie impazzite. Le cinghie sganciate. Il sorriso al contrario. Mi sparo la musica anche sulle due ruote. Così quei cazzoni di automobilisti che strombazzano li sento solo in sottofondo.
EmineM–In the closet – EmineM
Io e Ciccio ce ne andiamo in giro.
I soldi, quelli, non bastano mai.
Ho provato un paio di volte a comprare musica da qualche negro. Gracchiano. La musica che gracchia come quella stronza di mia madre io non la sopporto.
Io la musica la doppio.
Poi ci faccio cd per tutti gli altri.
Ma roba che gracchia
Puahhhhh
Schifo.
Un cazzo di cd originale costa 18 euro di merda.
Non posso lavorare. Quel coglione di mio padre dice che devo finire di studiare e poi andare via. E fare quello che mi pare. Lui e la sua stronza banca, la sua stronza scrivania, i suoi stronzissimi soldi di merda.
Venticinque euro a settimana.
Vitto e alloggio inclusi.
Cioè sigarette, qualche birra e a mezzi la benza per Ciccio.
Cazzo non bastano.
Fottuti.
Soldi.
Fottuti.
Genitori.
 
Steel to be
 
Staccala!
Porcaputtanatroia, staccala!
Luca lo tiene giù, un ginocchio sul collo e un coltello appoggiato all’orecchio che sanguina leggermente.
Io urlo.
Non so fare molto altro, urlo.
Il mio, di coltello, l’ho rubato in mensa al pane quotidiano, ci tagliano il pane e ha un bel seghetto.
Mi è costato una Messa, una cazzo di Messa in piedi nel freddo umido della chiesa, ma il coltello l’ho fatto sparire sotto al giaccone di pelle.
Porcaputtana sono anche mestruata.
Questo qui mi ha davvero rotto, davvero.
Allora o ti togli quella manetta o ti taglio il polso netto.
Toglitaglio.
Ha un bel seghetto ‘sto coltello.
Lui urla che la chiave non ce l’ha, che non ce l’ha, lui consegna e basta.
Nonvanonvanonva.
Siamo qui nel vicolo da troppo, cassonetti, giornali, merda di cane, da troppo.
Luca sputa.
Va bene, allora taglia.
Dice.
Taglia.
Fagli quel cazzo che vuoi.
Allora mollalo, ma c’è questo riflesso di pelle bianco latte, calzino grigio, pelle bianco latte e pelle nera.
Nera?
Cazzo Luca ma.
 
“Ciccio, la vedi quella lì?”
“Sì Dona”
“Ecco, al solito. Tieni la strada”
“Vai”
punti la preda.
Guardi intorno. Pericolo marciapiede. Le New Balance tengono la strada. Che non urli.
Ti guardi intorno.
I vicoli sono le strade migliori.
Ti guardi intorno.
Bene. Attenzione.
Ti avvicini.
“Avvicinati, Ciccio”
Le sorridi. Altrimenti, cazzo, che gusto c’è? Sorridi, vecchiaccia.
“Ecco ci siamo quasi, ciccio, dai che ti compro un paio di guanti nuovi, per l’inverno sullo scooter”.
La mano forte. Il braccio si allunga in dimensione elastica.
La vedi che si gira. Attonita. Stordita.
E non urla.
Le sfili la borsa. La strappi. La scuci.
Loro che hanno imparato a tenere le borse serrate al braccio.
Le fai male, lo sai. E strappi forte forte.
“Accelera Ciccio, cazzo. Vai”
In lontananza, la vecchia è lì, per terra.
Piange, urla.
-La mia borsa, aiuto –
EmineM – loose yourself – EmineM
È a terra.
“Corri Ciccio”
Si rialzerà.
Oppure resterà lì.
Era scritto.
“No Ciccio. Le cose succedono perché devono succedere. Non puoi cambiarle. Succedono e basta. Questo non è un programma.
E noi siamo due istintivi del cazzo.”
 
Estas sangre?
 
Il cielo è azzurro ed è come un bagno caldo, profumato.
Luca sputa.
Forse dovrei anch’io ma faccio fatica.
Poi ci sono lampi blu, che corrono sulle pareti.
Formiche.
L’acciaio a volte è nero e sputa anche lui. Luca è a pancia sotto, io guardo il cielo.
Però non fa male, c’è solo un po’ di puzza di bruciato sui vestiti.
Monica, Monica.
Luca mi chiama.
Ma stiamo morendo?
Sanguini?
 
“Linkin Park e System of a Down”
“Ecco a te: 36 Euro. Hai la carta fedeltà? Oggi in omaggio abbiamo un poster di Ricky Martin o di Avril Lavigne”
“Niente. Mi fanno schifo, tutti e due. Ce l’hai un tuo poster?”
Poi riprendiamo lo scooter.
“Dai torniamo a casa Ciccio”.
Mi sparo Chopsuey, dei System of a Down.
La copertina è lucida. Sa di stampa. Fresca.
Vola via l’involucro, come questo scooter truccato.
“Fermati un attimo, Ciccio”
“Proprio qui, Dona? Cazzo ma qui stamattina noi…”
“Fermati e basta, Ciccio”
C’è del sangue sul marciapiede.
Blood.
Monday Bloody Monday.
Blood.
“Sì, sono io”
Ok eccoli gridano, cazzo.
“Sì arrivo. Come??? Sì, al sangue io”.
Blood
And
Flesh
And
Blood.
 
Scritto da: hellstrom alle ore 06:29 | link | commenti (9) | categoria:
martedì, 30 ottobre 2007
Carcharodon carcharias

Altro che grossi calibri, questa è l'arma perfetta.

 

 

Scritto da: hellstrom alle ore 06:44 | link | commenti (5) | categoria:
lunedì, 29 ottobre 2007
Messia

My suggestion, is that you mind
your business, ‘cos right now i’m dangerous
 
Respiro lentamente aria acida di paura.
Sebbene il gelo del riscaldamento interrotto paralizzi l’intera scena, quattro o cinque gocce di sudore scivolano lungo la schiena bagnata.
Movimento.
Li avevo pregati, scongiurati di rimanere immobili.
L’uomo si accorge di essere stato visto e si scompone in piccoli frammenti di panico lucido. Chiudo lo spazio ricaricando l’AK, striscia sul marmo italiano, insetti senza speranza.
Sollevo la bocca da fuoco con una mano sola, perde il controllo degli intestini, prevedibile, grottesco il lago di urina che si allarga sotto i calzoni.
È un sibilo rauco che nasce spontaneo, gli occhi dell’uomo stravolti dalla follia.
- Ora muori.
Una lunga raffica, il caricatore del fucile d’assalto sgrana tempesta sul corpo grassoccio della guardia giurata.
Ribollire di fluidi, frammenti ossei scaraventati in aria dall’impatto dei blindati, corti lampi sfuggiti allo spegnifiamma bruciacchiano brandelli di divisa.
Abbasso il Malish, urla, altrettanto prevedibili, altrettanto grottesche. Gli altri, i venti ostaggi di questa stronza banca.
Ventuno era un numero impreciso, venti è più consono alla sete di lucida perfezione, un insetto in meno, l’angolo della discesa verso l’inferno scala qualche grado.
Ricomincia.
Un suono metallico, terribilmente irritante, hanno sentito gli spari, hanno capito.
Immagino cecchini con gli indici contratti sui grilletti cromati dei grossi calibri. Immagino agenti speciali dell’MDV in giacca e cravatta, mascelle squadrate e cellulari in vibrazione continua. Grassi poliziotti metropolitani al riparo delle bianche e verdi con le portiere spalancate, le nove millimetri protese, i berretti calcati sulla testa.
Non lo sanno, non possono saperlo, il centralino della filiale squilla impazzito, ora di farla finita, ora di farla finita del cazzo.
Mi avvicino passando in mezzo ai corpi sdraiati, respiri leggeri, macchie di vapore che si allargano sul pavimento gelido, colpo d’occhio sulle pellicce candide, sui colbacchi di pelo di lupo, sulle valigette Gucci, il mio ghigno migliore da predatore.
Plastica, numerosi tasti, spie disinserite, un solo insistente brillare ad ogni trillo elettronico, un occhio rosso, malato, intermittente sulla tastiera bianca.
Glock, impugnatura e corpo centrale in polimeri induriti, parti metalliche ridotte all’osso, traccia metal detector inferiore a un mazzo di chiavi.
Il centralino esplode letteralmente in ogni sua parte, niente più trillo, niente più occhio rosso, niente più di niente.
Tempo.
Proporzione lineare in rapida soluzione, un semplice banale accostamento matematico, ho interrotto definitivamente il contatto, il tempo si avvicina allo zero in maniera esponenziale.
Tempo meno trenta.
Uomini in nero, flat-jackets, elmetti, maschere antigas, mitragliette a tiro ultrarapido, frusciare veloce di anfibi sull’asfalto.
Tempo meno venti.
Sorrido nell’aria gelida, riesco ancora a godere di tutto ciò, è così giusto, così incredibilmente perfetto, hanno voluto, hanno cercato in tutti i modi di avermi, mi hanno avuto.
L’ultimo assalto alla vetta del dolore.
Mi appoggio alla canna del fucile d’assalto, intorno solo sguardi di pecore corrotte.
 
Tempo meno quindici.
La voce, quella voce.
Lui è qui.
Generale di brigata Anatolij Gradenko, il pezzo più grosso di tutti, impugna il megafono con la sicurezza di uno scorpione che solleva il pungiglione.
Il tempo congela, uomini in nero appostati a protezione, perimetro difensivo totale, lui è il pezzo più grosso, niente lasciato al caso.
- Ivan.
Quell’accento, Urali centrali, quella voce leggermente annoiata, sempre e comunque infastidita.
- Problemi Ivan, sempre e solo problemi, da analizzare, da smembrare, da risolvere, hai sempre e solo dato problemi. Dove sta la purezza in tutto questo? Qual è la logica razionale che la tua mente osa perforare?
Avanza, il lungo cappotto dell’impeccabile divisa marrone si apre leggermente all’incedere, riflesso abbacinante sugli stivali da cavallerizzo.
Perfino dall’interno della banca la luce mortale di quegli occhi scintilla grigio acciaio.
Penetra.
- Ivan, soldato, figlio.
Alzo l’AK, baricentro centrale, bersaglio grosso.
- Benvenuto generale.
Arretro lentamente verso il grosso oggetto che ho trasportato all’interno con il transpallet dotazione DHL, l’ultimo cavallo di Troia.
Sollevo il telone, il mostro si libera.
Testata nucleare tattica SS-18, nome in codice Satan.
Il generale sorride, gli occhi freddi aprono totale soddisfazione.  
- Figlio, questo atto così definitivo, così unico nella sua perfezione. Mi sorprendi Ivan, hai compreso lo spirito del mio insegnamento, finalmente hai compreso.
Il padre si avvicina, posa lentamente il megafono sul pavimento, le braccia si aprono nel più rassicurante dei gesti, le mani guantate di purissima renna cercano il mio viso.
Attimo dilatato, solo un rapido brillare di luce guizzante.
La lama da combattimento appare nelle sue mani, materializzarsi improvviso di morte, CQC ultimo stadio, nessuna possibilità di errore apparente.
Attimo che riallinea le percezioni del tempo.
Accade.
Parata bassa, torsione verso l’alto, rumore di cartilagine e ossa spezzate, smorfia di dolore a deturpare il volto perfetto.
Respiri veloci, grugnire di sforzi, l’impeccabile divisa si piega sul marmo bianco, una strana espressione di assoluto stupore.
- Padre, sì, ora finalmente sono vivo. Guardali, guardali uomo.
Indico con un gesto le pecore sdraiate.
- Secoli di orgoglio, le steppe intrise di sangue, la mia terra, uomini temprati dal freddo divenire di elementi sempre più duri, sempre più letali, svanito. Tutto semplicemente svanito in una nuvola di cocaina, Mercedes, telefoni cellulari, puttane da mille dollari l’ora. Ecco la tua purezza padre, eccola.
Scaglio lontano il fucile d’assalto, non ne ho più bisogno, mai più.
Abbassa lo sguardo, finalmente vede e va letteralmente in pezzi, svanisce nel gregge.
Niente più bordelli caldi generale, niente più caviale del Volga, niente più champagne francese versato su corpi sinuosi, niente più di niente.
Lascio correre lo sguardo attraverso i finestroni ghiacciati.
Indaco sulla città, un fulgido sole invernale pare accarezzarmi il volto, cristalli di neve incastonati come diamanti sui rami degli abeti, tutto ciò che ho amato, tutto ciò che è stata la mia vita.
Ho atteso l’alba con trepidazione, assaporato il cielo tinto di sangue, ho sorriso mentre le lacrime sgorgavano copiose.
Il generale singhiozza leggermente, mi avvicino e gli accarezzo la nuca lentamente.
- Padre.
Estraggo il compatto oggetto dalla tasca della giacca a vento, l’occhio rosso torna a vivere su un altro semplice meccanismo. Alzo la leva di innesco bordata giallo-nero, respiro, il messia è qui.
Tempo zero.

Luce.

Scritto da: hellstrom alle ore 07:03 | link | commenti (8) | categoria:
giovedì, 25 ottobre 2007
FreeSpeach

Come
As you are
As you were
As I want you to be
As a friend
As a friend
As a known memory
 
La scrittura è una valvola di sfogo.
Voglio porre l’accento sul fatto che molti lettori tendono ad associare un racconto con l’autore, un po’ come se King avesse lavorato per anni nel braccio della morte cacciando ragni giganti che perseguitano bambini in un albergo isolato in montagna.
Singolare.
 
Io non so inventare storie d’amore, non c’è verso e non è questione di fare i duri o di testosterone, proprio non mi viene.
Questo, come scrittore, è un limite.
Ok, ci sguazzo comunque.
 
Ho biglietti da visita con scritto Responsabile logistico, che stronzata.
Guanti, scarponi, elmetto, dicono altro.
Roughneck, mi piace come suona.
 
Parliamo di armi.
Immagino sia una questione di famiglia, se in casa tua ne girano a badilate da sempre, suppongo sia inevitabile maturare un certo interesse.
Già, ma allora mio fratello?
 
Avevo una moglie, odiava la barba, uno dei tanti motivi della separazione. Quando mi sono messo con la compagna attuale non ha fatto una piega, saltuariamente ora mi chiede di tagliarla.
Cazzo allora è la faccia.
 
Va bene, i Toscani (intesi come sigari) non sono il massimo della finezza, lo ammetto, e puzzano come il diavolo.
Ma ne fumo davvero pochi, puoi anche sopportare un po’di odore forte sul pizzetto.
Cazzo allora sono i sigari.
 
La prima volta che sono stato a Roma da adulto, uscendo da Fiumicino, ho mormorato ma da dove arriva tutto ‘sto sole del cazzo.
Pensa com’ero conciato.
Ok un po’ lo penso ancora.
 
Si può lavorare per qualcuno che non si rispetta? Che reputi profondamente un coglione? Quanto si dura?
Mi manca poco, temo.
 
La paternità si acquisisce.
Qualsiasi padre si spertichi di descrizioni delle sensazioni avute al momento del parto, vedendo uscire l’erede agognato, mente.
Date retta, lo dice perché ci si aspetta che sia così.
 
La prima volta che ho ascoltato i Tool ho capito che mi sarebbero serviti per scrivere. Ci sono soggetti in grado di far vivere un certo tipo di buio solido.
Io ne approfitto, spero non chiedano diritti d’autore.
 
Ci sono canzoni che non hai mai ascoltato tanto, che non sono propriamente nel tuo DNA, ma che quando capitano ghiacciano un’onda improvvisa di emozioni.
La mia è Freebird dei Lynyard Skynyard.
Spero che Ronnie e Steve, ovunque siano, apprezzino.
 
Da qualche anno odio guidare, soprattutto rottamerei tutte le auto d’epoca con dentro i proprietari.
Quando sento qualcuno che decanta le lodi della vecchia 500 lo guardo come un marziano, subito dopo gli ripeto che fosse per me non circolerebbe e che al limite dovrebbe pagare il triplo del bollo.
Il mio sogno è comprare una vecchia Land Rover con paravacche e argano, per avventarmi ghignando su ‘sta gente.
 
E comunque, Ferrari o Porsche?
Jeep, possibilmente Grand Cheeroke, ma se proprio devo.
Porsche, senza dubbio.
 
Chi abita in provincia di Milano dovrebbe sapere che qui esiste il più grosso deposito di gas letali d’Italia, mica roba militare, semplicemente miscele industriali.
E praticamente nessuno a farci la guardia.
Giovanni sono cavoli tuoi.
 
Mi riaggancio al discorso del capo, paga per scaricare canzoni, con la carta di credito.
Direi che ho detto tutto.
 
Credo di poter spiegare la differenza tra l’essere uno scrittore e no.
Non iniziate ad urlare, “scrittore” è un termine generico, associato a chiunque imbratti una pagina word con costanza e il gusto di farlo.
Tempo fa ho visitato un cliente all’interno del cantiere di smantellamento dell’Alfa Romeo.
Il tutto mi ha folgorato talmente che non volevo più andare via.
Naturalmente appena in ufficio ci ho scritto su qualcosa.
Ecco.
 
Certe frasi escono così, come palline impazzite, in realtà non lo sai e forse non c’è davvero bisogno di questo, ma, non sono così buzzurro.
Puoi credermi.
So sorry.
 
Kilkenny e Tanqueray all’orlo.
Grazie Franco.

Salute.

Scritto da: hellstrom alle ore 06:35 | link | commenti (12) | categoria:
martedì, 23 ottobre 2007
Cohiba siglo primero

Per Lisa che cerca.
 
È una fiammata azzurrina, ad ogni colpo d’ossigeno si alza creando l’immagine di una strana fenice danzante, profumata.
L’aroma acre del sigaro si fonde alle note librate nell’atmosfera rovente del locale, piccole gocce chiare rigano il bicchiere ricolmo fino all’orlo di Jack Daniel’s single barrel.
Ghiaccio, color miele di acacia scuro, fumo pieno, corposo.
E lei.
Depongo con calma il fiammifero nel portacenere di metallo sbeccato, attraverso lenti scurissime trattate al solfato d’argento degli occhiali da roccia, un cielo viola scuro esplode dall’ampio finestrone. Il cuore agganciato alla musica diffusa dagli altoparlanti che scricchiolano ad ogni accordo di chitarra.
Le dita di Steve Ray danzano sulle corde della Fender, Little Wing sale alta nel cielo, bussa alle dannate porte del paradiso.
Lei ancora, nella mente, nel corpo, giù fino in fondo all’anima nera che strappa la carne ad ogni sussulto del cuore, ad ogni piccolo tocco delicato sul polso sinistro della mano allungata, morbida di un calore assoluto, animale.
Lei che mi osserva da dietro occhi d’ambra chiara, purissima, assaporando l’ennesima Camel, sfiorando con l’altra mano l’impugnatura della Walther PPK appoggiata con noncuranza sul tavolo di legno lercio, spaccato di fessure profonde.
Nessuno pare notare la grossa automatica in bella vista o forse più semplicemente hanno deciso di non farci troppo caso, puzziamo di federales lontano un miglio e questo è un fatto.
Il violento temporale cubano scatena tutta la potenza disponibile all’orizzonte, riempie di saette azzurre la superficie del mar dei Caraibi, agita le onde impazzite di vento teso, pericoloso.
Dentro, ributtata in circolo dalle pale che ruotano lente sul soffitto, l’aria umida si appiccica addosso, strofina umori pesanti di curry e pesce fritto, mi costringe a fissare una microscopica goccia di sudore che scivola lentissima dal profilo arcuato del labbro superiore, fino ad accarezzarle la pelle levigata del collo.
Dentro siamo noi e l’attesa.
Lavoriamo per la DEA da otto anni, da tre facciamo coppia fissa, da uno andiamo a letto assieme dopo esserci spogliati di tutto.
Ricordo la prima volta, come se fosse ieri.
La presi in piedi da dietro, le mani appoggiate aperte come per una perquisizione alla parete del furgone di sorveglianza, un caldo torrido stantio di sigarette e hamburger, gli strumenti di controllo che gracchiavano onde corte nel buio azzurrino di led.
Osservo le dita curate, il piccolo tatuaggio sul polso, il Cartier d’oro bianco, la camicetta nera che la fascia come una seconda pelle, i jeans stinti, gli stivali. Rimbalzo sul suo sorriso bianco, pieno di promesse e sulla leggera tensione nervosa che le fa sfiorare ogni tanto il labbro inferiore con l’unghia arrotondata.
È un’operazione d’infiltrazione pura e semplice.
Due poliziotti, tanto, tanto denaro, qualcuno disposto a sborsarlo.
- Eccoli.
La voce come un sussurro sospirato, leggermente roca di troppo tabacco e molto sonno arretrato, disperatamente eccitante.
- Li ho visti.
Seguo con la coda dell’occhio il movimento all’ingresso del locale.
Sono in due, piazzati ai lati della porta scrutano come falchi la penombra schizzata di colore. Numero uno indossa un vestito di lino Armani crema chiaro molto ampio, a nascondere l’enorme corporatura e vari rigonfiamenti che si notano appena. Baffi impomatati e colorito olivastro completano il quadretto.
Numero due si sbatte una Polo Ralph Lauren rosa come il culo di un neonato e pantaloni di seta cruda verde, alla faccia del camuffamento impugna una Smith Magnum 44 con canna da otto pollici. Un’arma esagerata, sfrontata, chiassosa oltre ogni limite, soffoco un brivido, una vera e propria dimostrazione di potere assoluto.
Basta un’occhiata di puro mestiere al nostro tavolo, numero uno estrae un compatto talkie Bosch e mormora un paio di parole smozzicate, poi i due scagnozzi prendono posizione all’unisono e cominciano a tener d’occhio ogni singolo centimetro del bar.
- E sono quattro.
Indice sulla sicura della Walther, una carezza sinuosa, la Camel che si frantuma nel posacenere, rapida impercettibile danza della lingua sulle labbra.
Jorge Daniel Allende, colonnello dell’esercito di Fidel avanza sicuro facendo scricchiolare il pavimento di legno sotto i mocassini Gucci. Alle spalle l’ombra decisa del suo luogotenente, Samuel Reintz ex delta force, passato dalla parte dei cattivi dopo l’offerta di uno stipendio che si avvicina ai quattro milioni di dollari l’anno. Fonti del ministero del tesoro.
Allende afferra una sedia con aria schifata, un sorriso enorme stampato sulla faccia da pappone ripulito.
- Hola hombre.
Afferra con la mano grassoccia la destra di lei, si protende in un baciamano unto, l’anello d’oro ha inciso uno scorpione in una grossa giada. Sporgendosi le regala un’occhiata colma di desiderio, gli occhi guizzano, un crotalo pronto al balzo.
- Senora, è sssempre un piacere rivederla.
Lei ritrae la mano e l’appoggia con noncuranza sulla pistola, Allende nota il gesto, soffoca un sorriso divertito.
- Sempre pericolosi come serpenti voi due.
Si rialza di scatto ed estrae un enorme sigaro da una tasca interna, l’angelo custode ci osserva dal bancone, la mascella è tesa, scolpita di nervi pronti a scattare al minime segno di pericolo.
Qualcosa.
Impercettibile.
Sinistro.
- Vogliamo parlare d’affari?
Sorride ma il sorriso non raggiunge mai gli occhi nerissimi. Ancora quella sensazione, una brutta caverna al centro del petto, piccole gocce a scivolano lungo la schiena, frammenti di tempo che impercettibilmente cristallizzano la scena.
- Cosa proponi colonnello?
Metto un disprezzo infinito sul “colonnello”, se ne accorge, il sorriso diventa ghigno.
- Pare che qui abbiamo due sbirri a cui la paga del ministero non basta più, domanda, offerta, le leggi del marcato sono sempre quelle, es correcto hombre?
Non mi piace, non mi piace, non mi piace.
Lei è immobile, lo fissa con noia studiata.
- Prima un piccolo esperimento di fisica, se non vi dispiace.
Eccolo il fottuto campanello d’allarme, eccolo. Alza la mano destra, Reintz si materializza al mio fianco, la pressione di un’arma di grosso calibro alla base del cranio m’inchioda il respiro sul nascere, lentamente riesco a far scivolare la mano destra verso la tasca dei pantaloni militari.
La mia voce è comunque fredda, controllata.
- Colonnello non mi sembra un buon inizio per un rapporto d’affari, vero tesoro?
Ora gli scorpioni hanno decisamente trovato un punto preciso per infilare gli aculei, sento le zampette che si agitano a metà della colonna vertebrale.
Lei sorride.
Lontana.
Svanita chissà dove.
La mano che abbandona la pistola e ricomincia a tormentare il labbro.
Abbandona la pistola.
Allende ha in mano un curioso oggetto di plastica nera, grosso come un accendino, due piccoli led sul davanti, uno verde, uno rosso.
Rilevatore di onde radio Blaupunkt G-9, fottuta tecnologia made in Europe del cazzo.
Me lo punta contro, il led rosso vive all’istante.
Fregato.
Mi afferra la camicia di jeans in una morsa infuriata, i bottoni scattano uno dopo l’altro, agganciato al petto il microtrasmettitore è solo una conferma di cosa sta per succedere.
Poi, l’inferno è tra noi.
All’interno della tasca faccio scattare la sicura della flashbang, granata stordente dotazione esercito degli Stati Uniti.
L’impatto sul pavimento è la carezza di un amante, un semplice tack accompagnato da un leggero strisciare di plastica dura.
Prima viene il tuono, un fischio assordante ben oltre la soglia del dolore, con un movimento fluido faccio scivolare la testa all’indietro e afferro il polso dell’americano che barcolla portandosi una mano all’orecchio.
Subito dopo il lampo.
Luce.
Assoluta.
Gli occhiali ad alta protezione mi permettono di staccare dalla sedia e portare la mano sotto la camicia, intorno, tutto intorno, marionette impazzite.
Lei è piegata in due, gli occhi stretti, le mani sottili a riparare le orecchie, la bocca spalancata in un urlo muto.
Estrarre, dieci, dodici secondi al massimo di possibile autonomia. La Cougar appare virata verso una tinta blu, scintillante di rapidi scatti assorbiti.
Appena un attimo tardi.
Reintz è teso in avanti, una tozza bocca da fuoco in metallo brunito abbaia nell’aria assordata, sette, otto colpi in rapidissima successione, una qualche mitraglietta a tiro ultrarapido.
Uno dei proiettili mi perfora il femorale sinistro, la gamba comincia a pulsare all’istante, perdo l’equilibrio mentre l’automatica sussulta tra le mani.
Numero uno cade avvitandosi attorno ad una colonna, lo spruzzo di sangue impatta su numero due che centra un cameriere impalato sulla linea del fuoco. Il ruggito della Magnum si spande ancora due volte, prima che i miei calibro nove la mettano a tacere per sempre.
Allende è crollato all’istante, non osa muoversi, non osa respirare, frigna un “no me mata por favor” ogni due o tre secondi, il suo mastino è ben diverso, carne da prima linea purissima.
Si muove flettendo le ginocchia per assorbire il rinculo dell’arma, ricarica svelto, senza abbassare lo sguardo neanche per un decimo di maledetto secondo.
La cerco, con gli occhi, con il corpo, con tutto me stesso.
Ha un ginocchio piantato per terra, al riparo del bancone, una presa decisa sull’impugnatura della pistola a due mani, da manuale.
È sbagliato, è sbagliato uomo, tutto sbagliato, la canna, la maledetta canna dell’automatica tedesca è puntata verso il pavimento e lei, ferma, immobile, impassibile.
Inserisco l’ultimo caricatore e urlando come un ossesso mi butto addosso al gorilla che non si aspetta una follia del genere, la gamba cede al secondo passo, più o meno nell’istante in cui lui riallinea la percezione sul mio baricentro.
Barcollo verso sinistra, lo vedo impreparato, cadendo sparo tre volte, l’ultimo tiro gli fa esplodere la gola.
È Cuba e gli sbirri di Fidel si avvicinano facendo urlare le sirene, le sento in lontananza mentre i bossoli di ottone danzano sul pavimento.
E ora siamo noi.
M’inginocchio di fianco a te, hai il viso stanco, con la coda dell’occhio colgo il movimento strisciante del pappone ripulito.
Non me ne frega niente, non mi frega più un cazzo di niente.
Piccoli diamanti scintillano sulle guance.
- Dimmi che l’hai fatto per noi, dimmi che mi hai voluto tenere segreto tutto e ad un certo punto mi avresti semplicemente fatto capire che era tutto un bluff per fregarli, dimmelo.
Rimani zitta, le mani abbandonate sulle cosce, quel maledetto ambra chiaro inchiodato dentro. Ho uno scatto, ti afferro la mano destra con la Walther e me la punto in mezzo alla fronte, spingo.
- Spara, fallo ora, perché non c’è davvero più niente che tu possa dire, dopo questo.
Comincio a singhiozzare anch’io, ogni respiro una coltellata nella gamba, ogni respiro una parte di me che svanisce.
- Ti scongiuro spara.
Un fiore rosso disegnato da un artista pazzo si apre al centro del petto. Ti abbandoni lentamente tra le mie braccia mentre un leggero sorriso nasce dalle tue labbra profumate di tradimento. Mi giro verso la vetrata, tutti i rumori ricominciano a scorrere paralleli al tempo.
Il mostro è sospeso a pochi metri dalla veranda del locale e urla di turbine infuocate.
Agganciato con una cinghia di sicurezza alla carlinga dell’UH-60 Blackhawk, lo sniper ricarica l’otturatore e con due dita mi fa segno di uscire sulla spiaggia.
Ti faccio sdraiare con calma, le tue mani si serrano attorno al mio collo, due piccoli rivoli di sangue mi scorrono tra le dita.
- Ho paura.
Sorridi ancora e con tutta la forza possibile mi parli per l’ultima volta.
- Non aver paura, sono qui, sono qui con te.
Piccolo contrarsi dei muscoli ai lati della bocca.
- Ho freddo.
Chiudi gli occhi.
 
Lame di luce scintillano sulla superficie del mare in tempesta, l’elicottero militare imbarda violentemente sospinto dal vento, lo sniper ha riposto il fucile nella custodia, l’espressione del viso stravolta dalla tinta mimetica. Un attimo prima che la polizia facesse irruzione nel locale abbiamo impacchettato e caricato a forza il colonnello.
Il marine mi osserva in silenzio, poi, estrae un Cohiba siglo primero dalla giacca della BDU e me lo porge, la piccola fiamma azzurrina si perde tra le correnti d’aria che scivolano attraverso il portellone.
 
 
 
 
Scritto da: hellstrom alle ore 06:24 | link | commenti (13) | categoria:
lunedì, 22 ottobre 2007
Black Hawk Down

Uno dei migliori film di guerra mai concepiti, qui un trailer arricchito dalla musica dei Green Day. Buona settimana a tutti.

Scritto da: hellstrom alle ore 07:12 | link | commenti (3) | categoria:
giovedì, 18 ottobre 2007
Genesi

Il terzo colpo arriva sopra il femorale sinistro.
La Mag da sei, aggeggio duro terroristico, sbatte contro i nervi in tensione. Una stilettata diretta alla tempia destra e appena sopra il setto nasale.
Riflessologia.
Suoni distorti a svanire oltre la porta. Voci e risate.
Gli accenti e il tono strascicato sono una consuetudine da telegiornale di mezza sera, anche il puzzo di sigarette troppo forti è caratteristico di chi non ha ancora a che fare con una legislatura restrittiva per quanto riguarda il fumo.
Crani rasati, sudore, sigarette e giacche beige militare.
Le mani tornano ad imprigionarmi le guance, a fatica apro la bocca per respirare, il colpo riflesso della torcia a batterie si è aperto un’autostrada di dolore attraverso i gangli.
Puzza nervosa e occhi azzurri, lontanissimi.
I suoni distorti si mischiano al rumore di un generatore a benzina.
Inevitabile, sorride.
Sa benissimo che chiunque ha dentro di sé un limite, una barriera ben definita oltre alla quale è impossibile resistere.
La mia faccia è un disegno preciso di sofferenza, maschera satura privata di sonno, igiene e norme elementari di sopravvivenza spicciola, da troppe ore.
-Tu puoi farlo finire. Tu.
Parla un italiano fluido, ma è evidente che non è la sua lingua, più probabile che siano mercenari serbi al servizio di Al Qaeda, tutta da ridere.
Se solo riuscissi ad aprire la bocca in un unico movimento indotto.
Forse sarebbe interessato al mio passato, la carriera militare, l’accademia, il controspionaggio militare, su fino a.
Questo.
Ucciso sotto interrogatorio a Karbala, sponda ovest dell’Eufrate, buco del culo del mondo.
Quarto colpo, gamba destra, a metà verso l’inguine. Un flash porpora lungo tutto il bacino e il polmone sinistro.
Riflessologia.
Respiro troncato, urlo soffocato e buio.
Questa volta mi strappano ad una quieta spiaggia, mediterranea, odore di spezie nell’aria, vento teso e acqua in vari toni di verde.
Usano sali da pronto soccorso, riemergo tossendo.
-Non svenire più.
È una semplice constatazione, non ha neanche il tono della minaccia.
-Stai morendo.
Altra constatazione.
-Voglio solo lasciarti riposare, dormire, mangiare un po’, bere. Magari andare a pisciare in un bagno e non, qui.
Indica con un gesto del polso la sedia sotto di me, il pavimento intriso di fluidi corporali delle ultime quarantotto, settantadue ore.
Il polso si flette ancora sotto al suo ribrezzo.
Abbasso lo sguardo e piccole gocce di sangue scivolano sul pene e sui testicoli.
Sono, ovviamente, nudo.
Si accende l’ennesima sigaretta e me la caccia tra le labbra tumefatte, è un mercenario slavo e gli slavi pensano che tutto il mondo fumi. Ma questo è un altro di quei gesti che fanno parte del bagaglio di ogni buon agente.
La sigaretta di tregua a metà dell’interrogatorio.
Coraggio è tutto passato, il momento è lo spartiacque verso un dialogo più umano. Fidati di noi, non vogliamo più farti soffrire.
È tutto scritto non c’è più niente da decidere anche se da ora cominceranno con qualcosa di drastico, unghie strappate, corrente elettrica.
Eppure è così difficile credere alla realtà, a quello che sta per accadere.
Il mastino si accoscia.
-Bastano solo due nomi, è semplice no? Vale la pena coprirli per i quattro soldi che ti danno? Poche parole.
Niente unghie.
Una specie di fiato veloce e il suo torso scatta.
L’Aikido è una scienza esatta.
Volo sul pavimento con tutta la sedia.
-Ne puoi uscire ancora.
La spalla sinistra è andata, minimo una lussatura, le fascette di plastica che mi tengono i polsi non hanno permesso un atterraggio naturale, ho percepito l’osso scivolare fuori dalla sede.
Mi ha appoggiato un ginocchio alla trachea.
-Sono poche parole in fondo.
Con la coda dell’occhio osservo gli altri due al tavolo, il computer e il microfono ambientale collegato, immagino un programma per analizzare lo stress, qualcosa di americano, sofisticato.
Sospira, afflitto.
-Se continui con questo atteggiamento poco costruttivo non mi lasci alternative.
Ridacchia soddisfatto.
-Pensi davvero che il tuo pidocchioso governo riesca a fermare tutto questo? Hai una vaga idea di quanti soldi ci sono in ballo, quanto potere?
Non sento quasi più niente, spero solo che decida, per mancanza di tempo, di fare una cosa veloce.
-Va bene, va bene.
Si alza e si rivolge agli altri.
-Preparate.
Ecco è finita. Il momento esatto, qui finisce la spia e ha genesi il soldato.
Strano, l’idea di affrontare la morte mi spaventa meno che essere ancora tra le mani di quest’uomo per un altro giorno.
Stendono con calma un telo cerato appena a un passo dalla sedia, passano allo slavo fitto, uno dei tre pare non essere d’accordo ma è palesemente in minoranza, il discorso è chiuso con un ordine secco.
Il pelato si rivolge ancora a me.
-Devo dire che non avrei mai pensato di veder resistere così un italiano.
Fischietta o’ sole mio, proprio così, fischietta, poi si regala una risata sbracata e mi getta a terra, questa volta la faccia s’immerge in un odore gommato che mi provoca un lungo conato.
Quello in disaccordo imbraccia un AK corto e sgancia la leva di armamento, faccio appena in tempo a perdermi nei suoi occhi vuoti e la raffica riempie la stanza di cordite e fumo.
Incasso duro al centro del petto, il dolore satura i gangli, fluidi e carne morta riempiono la cassa toracica.
Nell’attimo stesso in cui vedo la morte il metabolismo inizia il processo. Programmato con cura al centro del cervelletto, il meccanismo innestato chirurgicamente segnala il rischio di cessata funzione alla seconda parte del sistema, allo stesso tempo comincia a diramare ordini per pompare adrenalina nel cuore, quel tanto che basta a portare a termine il programma.
Viaggiando attraverso la rete neurale, il comando arriva ai due piccoli ordigni al plasmafosforo innestati nelle cosce.
Ignari di quello che sta avvenendo i tre cominciano a richiudere su sé stesso il telo dopo avermi slegato dalla sedia, uno di loro si accorge che ho ancora gli occhi aperti, da di gomito al capo e gli fa notare la stranezza.
Lui si china ancora una volta e mormora piano.
-Fottuto di un italiano, sei duro a morire. Spiacente non abbiamo altri proiettili da sprecare, ti toccherà crepare dissanguato.
Appena un decimo di secondo dopo avviene.
Il plasma obbedisce ai detonatori cellulari e dirompe verso l’esterno provocando due lingue di fuoco che avvolgono l’intero ambiente, il fosforo si nutre dell’aria stantia e comincia a fare il suo dovere.
Brucia qualsiasi cosa nel raggio di una trentina di metri cubi ad una temperatura stimata di millesettecento gradi.
I tre si agitano senza parole dato che l’alto esplosivo ha carbonizzato all’istante lingue, laringi e corde vocali, dopo qualche secondo le ossa cedono e i mercenari vanno semplicemente in pezzi sotto il peso delle poche parti molli ancora risparmiate dal rogo.
Le nanoparticelle che costituiscono gran parte della centralina neurale mi evitano qualsiasi tipo di riscontro fisico, hanno staccato il contatto e la percezione si limita ad un curioso vagare della mente prima del buio definitivo.
La blindatura al titanio risparmia ai contribuenti la spesa per un processore nuovo, il resto del corpo è sacrificabile. Quando le fiammate biancastre esauriscono il combustibile e i gradi scendono sulla colonnina di mercurio il sistema si pone in stasi e stacca la corrente.
Nessun dolore, colori o ricordi.
Vado incontro a un sonno pesante.
Fino al prossimo risveglio.
Scritto da: hellstrom alle ore 06:49 | link | commenti (18) | categoria:
martedì, 16 ottobre 2007
Roma

C’erano.
Il casellante con Rolex d’oro e il pizzetto mefistofelico, ok siamo arrivati.
Le tigri psicolabili di Villa Borghese.
Il caldo al quale non ti abitui mai, in Ottobre inoltrato.
Le more cinquantenni che ti guardano negli occhi sfacciate, lo stivale a spillo, un’arma impropria.
Campari shakerato da Mori, perché è dura dimenticarsi di avere nebbia nelle vene.
I preti femminielli incartapecoriti e svolazzanti.
Il traffico che ti aspetti a Bangkok e invece è Roma, gli autobus fermi per la signora col SUV dal pizzicagnolo.
Gli sbirri del Palazzo, lampadati, sguardo truce e RayBan. Fammi il piacere tu e la tua calibro nove immacolata, levati dai coglioni.
Le strade in su.
Le strade in giù.
I cingalesi ai distributori.
Le blu a sirene impazzite e finestrini oscurati, la gente che agita i pugni.
Trattoria da Gino, quello che si dice il vero culto del pranzo, giovedì gnocchi, venerdì trippa, ma poi? Lavorare come?
Il GRA bucherellato, Walter invece di fare il pirla in giro, mi devi quattro sospensioni.
I ricordi come falchi sempre in agguato. Imboscate tipo “Ti ricordi questo posto?” – “Spiacente era la tua ex”.
Un cugino innamorato, la sua personalissima e deliziosa Scarlett Johansson, essere ventenni è una figata, datemi retta.
La foresta che sbuca quando meno te l’aspetti, uomo le tue ombre in mezzo ai rami, la città che svanisce letteralmente. Incredibile.
Le aquile sui ponti, le scritte sgrammaticate a vernice sul marmo bianco.
L’acqua della tonalità più marrone che abbia mai visto.
Il calderone puzzolente e splendido, pieno di Roma.
Scritto da: hellstrom alle ore 11:29 | link | commenti (9) | categoria:
venerdì, 12 ottobre 2007
Lucrezia

Now there’s a look in your eyes,
like black holes in the sky
 
Le gocce dorate di vino chiaro scintillano alla luce delle candele profumate sparpagliate nella stanza intrisa di vapore.
Quando il livello raggiunge la metà esatta del calice sottile, Lucrezia posa la bottiglia sul bordo smaltato della grossa vasca da bagno e chiude gli occhi emettendo un grugnito di soddisfazione.
Alza le braccia dalla muscolatura definita accarezzando la fronte e le guance, allo stesso tempo disperdendo un sottile strato di goccioline di sudore.
Stacca da tutto e da tutti, assapora la parola ad alta voce sorridendo.
- Vacanza.
Pensa alla faccia del colonnello quando ha comunicato la decisione in piedi, nel sontuoso ufficio al sesto piano di Forte Braschi, la sede del SISMI.
Irremovibile alle proteste accennate dell’ufficiale, in tasca la prenotazione all’Hilton Lodge Resort, una settimana nel più esclusivo albergo di tutte le piccole Antille.
La mattina dopo un taxi per Fiumicino e da lì, dopo sei ore di volo, aeroporto internazionale di Barbados, la meta finale.
Immerge il viso nell’acqua bollente, il ricordo aggredisce le sinapsi.
Stringe con forza le palpebre, pugni in contrazione veloce, la cicatrice sul ginocchio destro urla impazzita..
Fiumicino.
Sottili rivoli di soluzione salina scivolano lungo il collo sinuoso, l’acqua all’improvviso molto più fredda.
Fiumicino.
Quel maledetto appartamento appena fuori dalla zona aeroportuale stava per farli diventare idrofobi, in attesa di luce verde per due settimane senza poter mai uscire da quel buco puzzolente.
Quattordici giorni a guardarsi in cagnesco pronti a scattare come molle tese allo spasimo.
Lucrezia reprime un brivido gelato, cerca il profumo delle candele, puro smarrimento, quegli occhi di metallo, morti.
Colin capitano del SAS, cinque turni nel Belize in jungla cattiva, antiterrorismo, tre volte campione di tiro rapido con la pistola, una macchina perfetta senza dubbi, nessuna esitazione.
Lucrezia aveva assunto il comando dell’azione perché si sarebbe svolta in territorio italiano, aveva sopportato troppi sguardi anche se come maggiore SISMI era la più alta in grado.
Era riuscita a domarli tutti, ma non Colin.
Il solo incrociare il suo sguardo la faceva sentire nuda, spogliata di tutto e rivestita di un desiderio feroce, animalesco, e questo non riusciva a sopportarlo.
Quando la tensione tra loro aveva raggiunto il limite era arrivato l’ordine, inferno in saturazione libera.
I due jihad al check in si erano accorti per caso che qualcosa non andava e avevano messo in campo una potenza di fuoco inaspettata, una calda domenica pomeriggio di fine Luglio, nel mezzo dell’aeroporto più trafficato d’Italia.
Apre gli occhi di scatto, scosta una ciocca ribelle di capelli castani dalla fronte, le iridi nocciola mandano lampi scheggiati, consapevoli.
Rumore leggero, appena percettibile, assolutamente inconfondibile nel silenzio totale, una serratura a molla aperta con un grimaldello.
Scatta nella penombra seguendo l’istinto, in un battito di ciglia spegne le candele e l’appartamento precipita nell’oscurità più profonda.
La porta si apre, una figura longilinea si staglia contro la luce del pianerottolo, target.
Avanza nuda nel corridoio, nella mano destra ancorata all’avambraccio, una daga da combattimento Gerber Mark2, l’intruso produce un fruscio sottile.
Perimetro d’attacco, tempo in contrazione veloce.
Il primo fendente sibila nell’aria, Lucrezia carica la spalla e cerca il fegato di trequarti, la parata è rapida, doppiata da una gomitata al plesso solare che le svuota i polmoni.
Rapidissima si abbassa completamente spazzando davanti a sé con un calcio agli stinchi, l’intruso mugola di dolore e precipita sulle piastrelle.
Come una furia solleva sopra la testa a due mani la daga stando a cavalcioni dell’uomo, mira d’istinto alla gola ma due prese di ferro ai polsi la inchiodano per un istante mortalmente lungo.
L’uomo carica di pettorali e spinge Lucrezia lontano, mandandola a sbattere con violenza contro un termosifone.
Finisce.
Il sottile raggio rosso chiude la distanza fra il mirino laser e la fronte, attende l’impatto, stranamente rilassata.
Di colpo la luce si accende, l’uomo sorride tranquillo, il respiro affannato dall’azione, la bocca da fuoco della Sig, una caverna senza fondo.
La cicatrice sul ginocchio destro, dove il calibro nove di uno dei terroristi si è aperto la strada trapassando la carne come fosse burro, vibra come fosse viva, le parole muoiono in gola, il nome spinto fuori dalle profondità di un buio oceano di terrore e desiderio represso.
- Colin.
Addio vacanze.
Scritto da: hellstrom alle ore 06:26 | link | commenti (15) | categoria:
mercoledì, 10 ottobre 2007
After the boys of summer
Finisce il cd, accendo la sigaretta.
Corte raffiche di vento ghiacciato s’insinuano attraverso le guarnizioni consumate dei finestrini dell’Alfa di pattuglia.
Il cadavere è sempre lì, nessuno l’ha spostato, nessuno sa bene come comportarsi, aspettano quelli del RIS, la scientifica in banda rossa.
Spalanco la portiera e Terrasini soffoca un sospiro trattenuto a stento, per la quarta volta mi alzo dal sedile della gazzella, per la quarta volta stringo il bavero del piumino.
Lungomare di Rimini, fine Novembre, attraverso la strada che costeggia la sterminata distesa di stabilimenti balneari, sabbia umida, anfibi che affondano al tallone e un lenzuolo bianco.
Macchie rosse, gocce e terra grigio chiaro, sono davvero stufo di scoprire teli dalla faccia della gente.
L’odore è acre, umido di stagione, legno in contrazione sotto la spinta delle particelle d’acqua e salsedine, il tutto condito dai residui di birra e cibo da fast food disseminato un pò ovunque.
Il brigadiere Sarigu accenna per la quarta volta il saluto mentre mi avvicino al cadavere.
- Cristo Sarigu.
Certi carabinieri sono così, capita di dover mollare un’urlata, lo faccio senza cattiveria, in fondo sono bravi ragazzi, semplicemente sono privi della lampadina magica.
Vincenzo Sarigu ne ha visti troppi pure lui e forse questo ha contribuito a spegnergliela del tutto, la lampadina.
Una curioso mix di suoni campionati e accordi slabbrati, chitarre a perforare, voce gutturale.
Da una finestra, le note sparate lungo tutto il viale, alzo la testa un attimo prima di sollevare il lenzuolo, la musica non cessa di assordare, scoppia via.
Sei mesi fa arrestammo nell’ambito di un blitz antidroga un diciassettenne di Riccione, due omicidi tra le mani da bambino, quattro pistole cariche sotto il letto e una quantità di droga nascosta in cantina, tra le bottiglie di Trebbiano del nonno.
Disse che non aveva avuto scelta, che se non avesse cominciato a fare quello che faceva sarebbe impazzito di silenzio, disse così, le voci nel silenzio urlavano.
Era strafatto di ecstasy quando lo prendemmo, irrecuperabile sentenziò lo psichiatra.
Io lo sapevo cosa intendeva.
Il delirio metallico prosegue la sua corsa, vedo il ragazzo stringere i pugni in camera sua, agitarsi al ritmo della musica assordante.
Una specie di rito per cacciare le voci.
D’estate queste cittadine traboccano di gente, di luci, di vita, tre quattrocentomila persone in più rispetto al resto dell’anno.
L’effetto privativo sulla popolazione locale alla fine della stagione è devastante, i giovani patiscono ansie e depressioni da casa di cura.
Il risultato.
Droga, alcool, corse suicide in macchine sempre più veloci, omicidi.
Le voci urlano nel silenzio, esigono il loro tributo.
La pioggerella è talmente sottile da non arrivare a terra, attraversa le ossa.
Sollevo il lenzuolo, lei è ancora lì.
Di nuovo l’occhiata dei due paramedici, pensieri distanti.
- Cosa cazzo cerca ancora, lasciala stare quella poveraccia, fiol d’un can.
Diciannove, venti, slava di sicuro, trucco pesante, verde spalancato sul cielo più grigio che abbia mai visto.
E sì che sono di Milano, dovrei intendermene, ma questo cielo, questo.
Ribolle cattiveria.
La frase entra così, senza un nesso logico, cattiveria allo stato puro, un’entità solida, schiacciata per terra dal cielo da un dito gigantesco.
Ha uno squarcio appena sotto il mento rilassato, in verticale, fino allo sterno scoperto, attraverso la linea decisa dei seni rifatti a regola d’arte.
Capire.
L’occhiata dei paramedici, lo sguardo di Sarigu, la pioggia.
È qualcosa che va al di là del semplice omicidio di una prostituta ucraina, che ha a che fare con l’usare, gettare via, ricomprare, usare.
Sistemo la calibro nove alla cintura, un oggetto vero, definito, attraverso la rete di pensieri sfumati che non riesco a sciogliere.
Paradossalmente un oggetto di morte.
Questo posto è il regno dell’usa e getta, macchine, telefoni, case, vestiti, persino il mare è ridotto ad una massa compatta che all’inizio di ogni stagione balneare viene filtrata, scomposta dai depuratori e reinserita senza imperfezioni.
Rimane il puzzo di morte.
Terrasini dice che a volte fatica a capirmi, se immaginasse che a stento capisco me stesso.
Solo che rifiuto di abbracciare l’idea che siamo tutti ridotti a questo, che l’umanità sia così cattiva da non accorgersi del male che circola, s’incista, sciama come un cancro nutrito dall’ultimo modello di telefonino, dal viaggio di lusso nel villaggio esclusivo ai margini della baraccopoli, dalle puttane bambine da cinquecento euro all’ora, col naso che cola bianco sulla scollatura Cavalli.
I bambini senza libri sugli scaffali e due monitor sulla scrivania, le mamme e i gin tonic, i papà e il BMW col satellitare acceso perché me lo sono sudato Cristodio.
Dove siamo arrivati.
Dove andiamo.
Ora.
La puttana ha un piccolo tatuaggio sul polso destro, un alone violaceo le incornicia l’osso, l’inizio inequivocabile della decomposizione.
- Ti vedo.
Mi giro di scatto, cazzo mi recita a memoria, in piedi, piantato con le mani sui fianchi. Terrasini osserva e sputa sentenze.
- Smettila capitano..
Il silenzio, le spiagge vuote.
-Vincè, stammi su di dosso dai, cristo che giornata.
Incide il suo personale percorso sulla sabbia bagnata.
- Non farti sangue amaro, quante ne troviamo di queste all’anno, dieci, quindici? Non fanno esattamente un mestiere tranquillo. Neanche da dire che lo facciano per disperazione, in genere vengono da famiglie abbastanza agiate, insomma niente miseria nera, arrotondano.
Eccolo lì il punto, eccolo lì.
- Arrotondano Vincenzo, cioè la danno via al primo venuto per avere qualche soldo in più in tasca. Studentesse che atterrano a Rimini al venerdì, tutte con in tasca la denuncia fotocopiata dello smarrimento del passaporto, in modo da non potere essere identificate. Fanno quello che devono fare e ripartono la domenica con in tasca mille, duemila euro.
A volte però il pappa va fuori di testa e le apre come un capretto. Dove la vedi la logica di tutto questo Vincè?
Altro sospiro, sigaretta e sorriso amaro, è abituato, a volte usciamo a bere qualcosa in uno dei pochi pub aperti anche d’inverno, io gli parlo di musica, lui mi parla della Sicilia, di Lipari, delle battute allo spada.
A volte è solo silenzio, dopo giornate come questa.
Stendo ancora una volta il telo sul volto della ragazza.
Le gocce di sangue schizzate a raggiera lungo il profilo del lenzuolo, perdo lo sguardo verso il mare all’orizzonte, noto dei puntini qualche metro più in là, ancora rosso.
Basta un segno con due dita, siamo a ridosso della duna che protegge il lido dalle mareggiate, le macchie ora sono più numerose, sparpagliate attorno a numerose orme fresche.
Scaliamo a fatica, affondando nel silicio sbriciolato.
Il ragazzo è seduto dall’altra parte ai piedi della duna, un grosso attrezzo ricurvo appoggiato al suo fianco.
Ci vede e si alza, nella destra un revolver a tamburo.
Dov’è la logica in tutto questo, siamo qui da quasi mezzora, nessuno ha visto, sentito, e lui è qui.
- Posala, ragazzo, dammi retta.
Vincenzo nella sua migliore interpretazione del carabiniere paterno, quello che dà consigli gratis.
Non servirà.
È stravolto da una qualche droga sintetica e si vede, è in t-shirt e suda come dopo una corsa a ostacoli.
Non riesco, non mi viene niente.
- L’amavo lo sai?
I centimetri verso il nostro baricentro si annullano a rallentatore, la stramaledetta canna si alza inesorabile.
- Lasciala cristo!
Coperto di sangue, la maglietta, i jeans, le Nike fluorescenti ultimo modello.
- L’amavo e lei faceva la puttana.
Percepisco il lampo prima dello sparo. Il ragazzo piomba all’indietro schiantato da un ariete infuriato. Ci giriamo e Sarigu è lì.
Bianco come un cadavere, la Beretta che fuma cordite, bandoliera di traverso e pantaloni neri pieni di sabbia.
Respira ancora, cerca con la mano qualcosa nell’aria, piccole bollicine rosse ai lati della bocca, muore.
Vincenzo urla in faccia al brigadiere tutta la sua incazzatura.
Vado verso la massa grigia in movimento, l’attrezzo è una specie di falcetto affilato, il mare continua la corsa verso riva, piccole onde, schiuma bianca e alghe nerastre.
Con la coda dell’occhio le tute bianche della scientifica, finalmente sono arrivati e il cerchio è chiuso.
Cazzo che giornata, piena di silenzio.
Non mi vengono canzoni, neanche una.
L’acqua puzza anche d’inverno.